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Ridurre l’esposizione a Mosca ma non solo. Un’indagine Morningstar svela come i fund manager dei mercati in via di sviluppo hanno reagito all’attacco di Putin
L’aggressione della Russia di Vladimir Putin all’Ucraina è stato vero terremoto per i mercati, nonostante non fossero mancate le scosse che ne preannunciavano il verificarsi. Tra sanzioni sempre più dure e vendite di titoli russi, molti gestori di fondi sui mercati emergenti hanno rivisto i loro portafogli alla luce di una situazione altamente instabile e di una visibilità pressoché nulla.
“Come previsto, le azioni russe sono state vendute in massa quando è arrivata la notizia della crisi per la prima volta. Alcuni gestori di portafoglio con esposizione alle azioni russe hanno ridotto significativamente le allocazioni. Altri hanno modificato le convinzioni sui loro investimenti e hanno rivisto le stime di valutazione, ma hanno mantenuto le loro partecipazioni. In alcuni casi, hanno percorso entrambe le vie. Msci ha inoltre annunciato che, a partire dal 9 marzo 2022, il mercato russo sarà rimosso dai suoi indici dei mercati emergenti. La possibilità di scambiare queste azioni ora è praticamente impossibile”, spiega Samuel Meakin, associate director of equity fund strategies di Morningstar, alla luce dell’indagine degli analisti della società che hanno chiesto ai fund manager dei mercati in via di sviluppo come hanno reagito all’invasione russa e alle turbolenze che ha scatenato.
Gli esperti sono entrati in contatto con i gestori che Morningstar valuta attraverso l’Analyst rating, per sentire le loro opinioni sul mercato e capire quali azioni hanno intrapreso nei loro portafogli. Dalle risposte è emerso che i principali gestori azionari dei mercati emergenti globali tendono ad avere un’esposizione limitata alle azioni russe. Di conseguenza non è stato necessario sospendere le negoziazioni e i gestori hanno segnalato condizioni di negoziazione relativamente normali in termini di afflussi e deflussi di capitale.
“Tuttavia – precisa Meakin -, poiché i fondi con negoziazione giornaliera devono produrre Nav giornalieri, il prezzo delle partecipazioni russe è ora diventato un problema. Laddove non sono disponibili i prezzi dei fornitori per le azioni russe o per i corrispondenti Gdr, alcuni asset manager hanno dichiarato che cercheranno di applicare la variazione percentuale degli Etf russi, come indicatori delle performance di tali posizioni”.
Dall’indagine emerge comunque che tra i gestori di fondi la situazione resta molto incerta. In particolare, sotto i riflettori rimangono quei settori che potrebbero essere colpiti dalle sanzioni occidentali.
Ecco come si sono mossi i gestori
Stando ai risultati dell’indagine Morningstar, GQG Partners Emerging Markets Equity, ha ridotto drasticamente la propria esposizione alla Russia: la quota del fondo era pari a circa il 16% delle attività nel dicembre 2021, ma recentemente l’azienda ha riferito di avere solo circa il 3,7% degli asset nel Paese.
Fidelity Emerging Markets è arrivata alla crisi Russo-Ucraina con una sovraesposizione a Mosca rispetto al benchmark Msci Emerging Markets (7,6% contro 3,3% a fine gennaio 2022). Da quel momento, i gestori sono riusciti a ridurre la loro esposizione sull’azionario russo che ora ammonta a circa il 2% e proviene da cinque partecipazioni: Sberbank, Gazprom, TCS Group, Novolipetsk Steel e Phosagro.
James Syme, manager di JOHCM Global Emerging Markets Opportunities con rating Bronze, ha ridotto sostanzialmente l’esposizione alle commodity. A fine gennaio, l’allocazione del fondo in Russia era di circa il 4,7%, rappresentando una sovraponderazione dell’1,4% rispetto all’indice, attraverso posizioni in Gazprom GDRs (2,3%), Sberbank GDRs (1,7%) e Globaltrans GDRs (0,7%) Da allora l’esposizione è diminuita: ad esempio, Sberbank è stata venduta e il gestore ha dichiarato di non avere esposizione a titoli sospesi (al momento dell’indagine).
Alcuni gestori sono arrivati alla crisi Russo-Ucraina con posizioni sottoesposte al Paese di Putin, come JPM Emerging Markets, gestito da Leon Eidelman. La strategia è stata storicamente sottoesposta alle società energetiche e materiali di base rispetto all’indice: questi nomi tendono ad essere evitati perché sono sensibili al prezzo delle materie prime, quindi privi di potere di determinazione dei prezzi e sono considerati poco attraenti dal punto di vista della governance aziendale. A fine gennaio, l’unica esposizione del fondo alla Russia era la sua posizione dell’1,1% in Sberbank; alla fine di febbraio il fondo non aveva esposizione al Paese.
Sberbank, una delle azioni russe più detenute, è uno dei maggiori obiettivi delle sanzioni perché lo Stato ne possiede la metà. La banca è riuscita a operare entro i limiti delle sanzioni imposte dopo l’annessione della Crimea da parte della Russia nel 2014. Le restrizioni stabilite la scorsa settimana impediscono all’istituto di effettuare transazioni con le banche statunitensi (le banche europee potrebbero ordinare ingiunzioni simili), il che potrebbe incidere sul suo valore intrinseco. Tale valore potrebbe diminuire ulteriormente se la banca fosse una delle istituzioni rimosse da Swift.
Infine, dall’analisi emerge anche che la quota di Invesco Developing Markets a Mosca è scesa a circa il 4% a fine febbraio, dal 9% di fine 2021. Nonostante le turbolenze, al gestore del fondo piacciono ancora i due titoli che rappresentavano l’80% dell’esposizione del fondo alla Russia: Yandex e Novatek, entrambi precipitati in questi giorni di guerra.
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