Tra Usa e Cina è tregua commerciale, ma solo per 90 giorni
La strada per un accordo duraturo è ancora lunga, ma nel frattempo, secondo i gestori, ne giovano l’economia del Celeste Impero e le Borse emergenti
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Gli investitori non dovrebbero preoccuparsi eccessivamente del rallentamento della crescita della Cina, del suo debito eccessivo né degli effetti della guerra dei dazi sull’economia del Paese: secondo T. Rowe Price il Celeste impero continua a essere un mercato interessante. “L’outlook macroeconomico continua a essere dominante nella mente degli investitori, le cui preoccupazioni sono completamente concentrate sul rallentamento della crescita”, commenta Eric Moffett, gestore del fondo T. Rowe Price Asia Opportunities Equity.
L’economia cinese sta crescendo di poco più del 6% all’anno, un ritmo meno sostenuto rispetto a tassi di crescita a due cifre, ma pur sempre solido. Peraltro, sottolinea Moffett, “l’aspetto più rilevante per molti titoli domestici è la crescita non tanto del Pil quanto del reddito disponibile delle famiglie. E i dati mostrano un aumento significativo di quest’ultimo nei 10 anni passati, nonostante il rallentamento dell’economia”, aggiunge Moffett. Se il reddito cresce, migliora la capacità di acquisto delle famiglie delle classi popolari, cioè centinaia di milioni di persone, verso un’ampia gamma di beni di consumo.
Anche la guerra commerciale tra Cina e Usa non deve impensierire troppo: anche se la tregua sui dazi non dovesse durare, “l’economia cinese dipende dall’esportazione meno di quanto si pensi: l’anno scorso le esportazioni nette hanno rappresentato appena il 2% del Pil. Inoltre, la Cina commercia più con altri Paesi Emergenti che con Europa, Giappone e Stati Uniti”, argomenta Moffett. Senza contare che il governo cinese ha a disposizione numerosi strumenti per attenuare l’impatto dei dazi, come sussidi e rimborsi di imposta.
Quanto al debito, effettivamente negli scorsi 10 anni il debito delle aziende non finanziarie in Cina è aumentato dal 100% al 165% del Pil. “Tuttavia, i tassi di interesse nel Paese sono molto diminuiti nello stesso periodo. Dai tassi a doppia cifra di 10 anni fa si è passati al 4-5% attuale. Il rapporto tra interessi aziendali e Pil, un indicatore chiave di rischio sistemico, è al 7%, lo stesso livello di 10 anni fa”.
Pur avendo sottoperformato rispetto a tutti gli altri principali mercati nel 2018, anche l’azionario cinese presenta diversi aspetti interessanti: valutazioni da crisi e inefficienze dovute alla profondità di mercato, come il fatto che ci sono molte ottime società che restano nascoste alla vista degli investitori stranieri. Inoltre, la Cina, che con l’aumento degli stipendi è diventata meno competitiva dal punto di vista dell’offerta di lavoro a basso costo, ora sta risalendo la catena del valore, “con un aumento degli investimenti in ricerca e sviluppo in aree high-tech come l’intelligenza artificiale. Le spese R&D hanno raggiunto livelli in linea con i Paesi Ocse, attorno al 2%-2,5% del Pil”, spiega Moffett, aggiungendo che uno degli ambiti in cui la Cina sta facendo grandi passi avanti in termini di innovazione è quello dei pagamenti elettronici.
“Si tratta di un trend di grande portata, a cui si può accedere direttamente investendo nelle società che controllano i provider, come Alibaba Group e Tencent Holdings”, conclude.
