Caos Uk, “Leave” rimandato”? Tutte le ipotesi sul tappeto
22 marzo 2019
di LAURA MAGNA
3 min
A inizio aprile, il 22 maggio, o addirittura a fine giugno: la nuova data non c’è ancora e regna l’incertezza. In mezzo, il nodo del voto europeo e un accordo interno senza cui è possibile progredire
Darren Williams, director global economic research di AllianceBernstein
A quasi tre anni dalla decisione del Regno Unito di lasciare l’Unione europea, e a un soffio dalla data fatidica del Leave, il 29 marzo 2019, il governo britannico vorrebbe prendere ancora tempo. Fine aprile, 11 aprile, 22 maggio, prima delle elezioni europee, o addirittura fine giugno: la nuova data non c’è e regna il caos. In mezzo, il nodo del voto europeo e un accordo interno senza il quale è impossibile progredire. “È facile essere distratti dal caos che in questo momento regna in Parlamento – dice a Focusrisparmio.com Darren Williams, director global economic research di AllianceBernstein – ma è importante continuare a focalizzarsi sui parametri del dibattito e sul range di possibili soluzioni. Innanzitutto, non ci sono molti parlamentari britannici favorevoli a una Brexit no-deal, ma è di sicuro complesso cercare di convincerli a evitare questo risultato e ad approvare un piano specifico”.
L’Ue vuole evitare un’uscita senza accordo, ma non a tutti i costi. Dunque, il Regno Unito fondamentalmente “ha solo due possibili scelte se vuole evitare il no-deal – sottolinea Williams – revocare l’Articolo 50, cosa che richiederebbe quasi certamente un secondo referendum o ratificare un accordo di divorzio che apparirebbe piuttosto simile a quello attuale. Le probabilità di un secondo referendum sono salite, ma c’è opposizione da entrambe le parti. Richiamare i cittadini al voto non è ancora l’opzione di default”.
Secondo Williams, è possibile che la prossima settimana il Primo ministro May proverà nuovamente a sottoporre il suo piano al vaglio del parlamento, ma le possibilità che venga approvato non sono molte. Tuattavia, questo non porterebbe direttamente a una uscita senza accordo il 29 marzo e di fatto, le opzioni sono ancora sul tappeto: deal, no-deal, rinvio, nuovo referendum (dall’esito anch’esso incerto). Con impatti sui mercati che sono essi stessi complessi da delineare.
Chris Iggo, Cio obbligazionario di Axa Investment Managers
“La Brexit avverrà alla fine di questo mese, oppure sarà rinviata a giugno, o potrebbe non avvenire mai – afferma Chris Iggo, Cio obbligazionario di Axa Investment Managers – Il Paese è stanco e ci sono aspetti della vita economica che ne stanno risentendo. Anche nei casi in cui emerge qualche certezza, gli accordi commerciali a più lungo termine per le imprese britanniche restano alquanto incerti, sebbene ci stiano dicendo che verrà siglato un bellissimo accordo con gli Stati Uniti”.
E in questo caos i mercati non si muovono “perché nessuno sa in che direzione muoversi, anche se la sterlina si è in parte allontanata dall’eventualità di un tracollo”. E c’è, secondo Iggo, un’asset class favorita dai fattori tecnici, ovvero l’obbligazionario: “quest’anno le nuove emissioni obbligazionarie non sono numerose, né per i titoli di Stato né per le obbligazioni societarie. I tassi restano invariati. Dunque il credito corporate britannico, che può produrre un rendimento superiore al 3% nelle fasce più basse dell’investment grade, sembra abbastanza solido. Ci vuole però cautela: se consideriamo lo scenario politico, nulla ci dice che la situazione non possa peggiorare”.
In questo momento, “il mercato delle obbligazioni societarie nel Regno Unito è sostenuto dall’incertezza sulla Brexit. La Bank of England è in posizione di attesa, e noi non ci aspettiamo un rialzo dei tassi quest’anno – argomenta Iggo – Le imprese non investono e quindi diminuisce anche il fabbisogno di finanziamenti. Pertanto, le dinamiche di domanda e offerta nel mercato obbligazionario lasciano presagire emissioni nette negative nel corso dell’anno. Il segmento con rating BBB offre mediamente 200 punti base in più rispetto ai Gilt. Il 40% delle obbligazioni con rating BBB nel mercato del credito in sterlina ha un rendimento tra il 3% e il 4%, non disprezzabile”.
L’inflazione è la principale area in cui Axa Im intravede un premio per il rischio. “C’è un premio per l’inflazione di 175 punti rispetto agli Stati Uniti e di 215 punti rispetto all’Europa – fa notare Iggo – Il mercato si aspetta un forte aumento dell’inflazione nel Regno Unito rispetto al livello negli Stati Uniti e in Europa. La maggior parte delle persone crede che ciò sia collegato alla previsione di un indebolimento della sterlina: se si ritiene che il mercato dell’inflazione abbia ragione, nel senso che la flessione della sterlina farà salire i prezzi all’importazione, generando passività con l’estero, ha senso coprire il rischio valutario poiché il mercato a termine offre tassi relativamente interessanti”.
Ma poiché i rischi di rallentamento dell’economia restano una fonte di preoccupazione, “e l’eventualità che si concretizzi lo scenario peggiore, la strategia più ragionevole mi sembra quella di conservare i Gilt e qualche titolo di Stato estero, come i Treasury, in portafoglio”, conclude Iggo.
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