Italia, sale il livello di allerta per crescita e inflazione
Istat: possibile nuovo rallentamento nei prossimi mesi, prezzi in aumento nel 2022. E da Berlino Nagel preme su Lagarde: “Inflazione tedesca al 4%, la Bce intervenga”
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Luci e ombre per il Vecchio Continente, la cui ripresa stenta e su cui il problema inflazione grava più pesante che mai. I dati Ocse appena pubblicati parlano chiaro: il Pil dell’area è salito dell’1,2% nel quarto trimestre 2021, aumentando leggermente il ritmo rispetto al +1,1% del terzo trimestre, ma segnando velocità diverse nei principali Paesi. In particolare, la crescita ha registrato un netto rallentamento nei maggiori Stati europei.
Guardando nel dettaglio, nel G7 il Pil ha segnato un’accelerazione a +1,2% nel quarto trimestre da +0,9% nel terzo, trainata da Usa (+1,7% dopo +0,6%), Canada (+1,6% dopo 1,3%) e Giappone (+1,3% dopo -0,7%). In Europa, invece, la Francia ha segnato una crescita del Pil dello 0,7% (dopo +3,1%), l’Italia si è fermata a +0,6% (dopo +2,6%), la Germania ha accusato una contrazione dello 0,7% (dopo +1,7%) e il Regno Unito ha registrato una stabilizzazione a +1%. La Ue nel suo insieme segna +0,4% dopo +2,2% e la zona euro +0,3% dopo +2,3%.
In particolare per la Germania, oggi è arrivato l’alert della Bundesbank, dalle cui previsioni emerge che l’economia tedesca entrerà in recessione nel primo trimestre. Ma poi seguirà una forte ripresa primaverile.
E proprio alla primavera che si aggrappano le speranze del Vecchio Continente, grazie anche agli indici Pmi che hanno portato una ventata di ottimismo. L’allentamento delle restrizioni Covid spinge spinge infatti gli indicatori dell’Eurozona che registrano un’espansione dell’economia principalmente concentrata sul settore terziario, anche se pure la produzione manifatturiera ha riportato maggiori incrementi produttivi grazie all’aumento della domanda e alla riduzione dei disagi sulla catena di distribuzione. L’indice composito della produzione nella zona Euro è salito a 55.8 (52.3 a gennaio). segnando il valore più alto in 5 mesi. Quello delle attività terziarie ha raggiunto quota 55.8 (51.1 a gennaio), il top in 3 mesi. Bene anche l’indicatore della produzione manifatturiera, cresciuto a 55.6 (55.4 a gennaio), il massimo in 5 mesi.
In particolare, la Francia a febbraio registra la crescita “più forte dallo scorso giugno”. L’indice composto flash della produzione è salito da 52.7 di gennaio a 57.4, il massimo da 8 mesi, spinto dalla crescita sia nell’attività dei servizi (da 53.1 a 57.9), livello che non si registrava da ben 49 mesi, che nel manifatturiero, salita da 55.5 a 57.6, il massimo da 7 mesi. Bene anche Berlino, la cui economia è cresciuta a febbraio “al ritmo più veloce degli ultimi sei mesi”. L’indice flash del Pmi composto sulla produzione è salito a 56.2, da 53.8 di gennaio, quello dei servizi è aumentato da 52.2 a 56.6, al di sopra del livello di 53,1 atteso dal consensus, mentre quello manifatturiero è sceso da 59.8 a 58.5, deludendo le attese degli economisti, che si aspettano un dato stabile a 59,8.
Insomma, i dati dei Pmi hanno confermato un rimbalzo nella crescita mentre l’Europa emerge dall’ondata Omicron e vengono allentate le restrizioni. “Un balzo più ampio delle aspettative, con la vera sorpresa rappresentata dalla mancanza di consenso. L’ultima volta che abbiamo assistito a una crescita di questa entità nel dato composito dell’Eurozona è stato nel marzo scorso, in corrispondenza di un allentamento delle restrizioni dopo l’ondata Delta”, osserva Andrew Mulliner, head of global aggregate di Janus Henderson Investors.
Guardando più in dettaglio, l’esperto evidenzia come sia il settore dei servizi che quello manifatturiero abbiano registrato miglioramenti nel mese, con segnali incoraggianti sul fronte manifatturiero che mostrano la continua diminuzione dei problemi nella catena di produzione. “Meno positivo il capitolo inflazione, le cui conseguenze continuano ad aumentare, in particolare nel settore dei servizi. In generale i prezzi applicati sia nel settore manifatturiero sia in quello dei servizi hanno registrato un livello record”, aggiunge.
Dal punto di vista dei mercati, stando a Mulliner, l’elemento da tenere in considerazione è proprio la dimensione dell’inflazione. “La Bce ha spostato la sua view sull’inflazione da una posizione prevalentemente transitoria a una di crescente preoccupazione per la persistenza e gli effetti secondari. Dati sui Pmi come questo non faranno nulla per smorzare questa preoccupazione”, avverte.
Si sofferma sulla situazione italiana Alessandro Tentori, cio di Axa Im Italia. “Anche con un aumento della crescita potenziale, con una inflazione al target del 2% e con una graduale convergenza verso il costo di finanziamento medio degli emittenti sovrani dell’Eurozona, il rapporto debito/Pil italiano ci metterebbe circa dieci anni per ritornare ai livelli pre-Covid19. Ora, è innegabile che il Pnrr sia cosa buona e giusta, ma purtroppo, come dice l’acronimo, si tratta di un ‘piano’ e non di una ‘garanzia’”, evidenzia.
La crescita potenziale in Italia viene stimata tra 1,1% e 1,3% nel biennio 2022/23, dopo un potenziale di 0,3% nel periodo 2001/2020 e una crescita annua del Pil effettiva di appena 0,2% nello stesso periodo. E per Tentori la teoria economica non lascia scampo. “Il fattore di crescita più importante nel lungo periodo è la tecnologia che aumenta la produttività dei fattori di produzione – conclude -. Se il Pnrr verrà utilizzato per aumentare la crescita potenziale del Paese allora si potrà inaugurare una lunga e spettacolare stagione di benessere su tutti i fronti (incluso l’ambiente), altrimenti saranno stati comunque cinque anni di apparente benessere a spese della comunità europea”.
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