Il Covid ferma l’industria italiana: crollo record della produzione
A marzo -28,4%. Auto e abbigliamento i settori più penalizzati. Franco (Bankitalia): “Sì a misure a fondo perduto e a iniezione di capitale”
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Il ciclone coronavirus si è abbattuto anche su Piazza Affari, con pesanti e indistinte ripercussioni su tutti gli indicatori finanziari: capitalizzazione, profitti, margini, ricavi e dividendi. A fare la conta dei danni è l’Area studi di Mediobanca, che ha messo sotto la lente 25 società industriali e di servizi del Ftse Mib che, a fine marzo 2020, rappresentano il 76% della capitalizzazione complessiva (banche e assicurazioni escluse), per un totale di 288 miliardi. Ebbene: nel primo trimestre, il loro valore si è ridotto del 22,4%, con una perdita monstre di 83 miliardi. Il conto più salato è per la manifattura tricolore, colpita e affondata, che registra il peggior calo da trent’anni a questa parte.
Le società prese in esame dai tecnici di Piazzetta Cuccia sono tredici a controllo privato e dodici a controllo pubblico, sedici manifatturiere, sei energetiche/utilities, due di servizi e una petrolifera. Il risultato migliore, che è comunque un calo a due cifre, lo metto a segno le società del comparto energetico (-10,6%), mentre al petrolifero, cioè Eni, va la maglia nera (-34,8%), seguito dai servizi (-28,1%) e dalla manifattura (-25,8%). In generale i primi tre mesi hanno segnato una diminuzione del valore di Borsa per tutte le società e Fca guida i ribassi con un terrificante -50,2%, per un valore di 13 miliardi. Sul podio dei peggiori anche CNH (-49%, 7,6 miliardi) e Saipem (-48%, 2,3 miliardi). Salvi solo i gruppi farmaceutici Recordati (+2,1%, 8, 1 miliardi) e DiaSorin (+1,9, 6,6 miliardi), gli unici a poter vantare il segno più.
Capitalizzazione a parte, rispetto al primo trimestre del 2019, le società analizzate hanno perso complessivamente ricavi per quasi 14 miliardi (-13,7%). Tra i settori, i servizi hanno registrato il minore calo (-8,8%), seguiti dalle energetiche/utilities (-10,5%), mentre il petrolifero con Eni (-25,2%) e la manifattura (-11,8%) riportano le maggiori perdite di fatturato. Tra le società brillano Recordati (+12%), Snam (+8,1%) e Stm (+7,4%). Quanto ai margini, invece, la perdita nel trimestre è di oltre 5 miliardi (-48,2% sul 1Q 2019). Se da un lato il settore energia/utilities è riuscito ad aumentare il Mon (+3,7%), dall’altro si registrano il crollo della manifattura (-61,9%), la flessione dei servizi (-27,9%) e il passaggio in terreno negativo di Eni. Recordati (+19%) si distingue anche per la crescita del Mon, seguita da Stm (+11,4%) ed Enel (+4,3%).
Passando al risultato netto, per le società del Ftse Mib il primo trimestre si è chiuso in rosso, segnando una perdita netta di quasi 8 miliardi (-8,2 p.p. sul 1Q 2019). Petrolifero (-27 p.p.) e manifattura (-9,6 p.p.) i comparti più in difficoltà. Bene, invece, i servizi (+4,9 p.p.) e l’energia/utilities (+0,9 p.p.). Da segnalare Tim con un utile più che triplicato (determinato in massima parte dalla plusvalenza sulla cessione del 4,3% di Inwit), Recordati (+20,7%) e Stm (+8,0%).
Per quanto riguarda i dividendi, quest’anno ne verranno distribuiti complessivamente oltre 900 milioni in meno (-7,2%) rispetto al 2019. La riduzione riguarderà soltanto i gruppi privati (-1,6 miliardi), mentre aumenteranno leggermente i dividendi distribuiti dai gruppi pubblici (+0,7 miliardi).
Anche sul fronte liquidità si registra una contrazione: -9 miliardi, pari a un sesto delle consistenze a inizio anno (-15,3%). Tra i settori, i servizi sono gli unici ad aver incrementato la propria cassa (+51,7%), con petrolifero (-39,3%) e manifattura (-23,9%) in netto calo. Tra le società, invece, le migliori sono state Poste Italiane e Amplifon (consistenze raddoppiate), Hera (+38,2%) e DiaSorin (+14,6%). Complessivamente, a fine marzo 2020, la liquidità è pari al 19,1% dei debiti finanziari (era il 24,4% a fine dicembre 2019); un dato molto vicino a quello della crisi finanziaria del 2008. Discorso simile per il rapporto debiti finanziari/capitale netto. Anche questo indicatore, che misura la stabilità finanziaria, ha segnato un peggioramento aumentando al 117,7% (era al 107,0% a fine 2019).
Discorso a parte per la manifattura, ossatura portante del sistema industriale dell’Italia e seconda a livello europeo per importanza dopo quella tedesca, che è stata la più penalizzata dal lockdown, con il 59% delle aziende che compongono la filiera costrette ad abbassare le saracinesche (contro il 37% dei servizi). Le numerose settimane di attività a scartamento ridotto si sono tradotte in una flessione congiunturale dell’11,8% sul fatturato, andamento che piazzetta Cuccia definisce “il peggiore degli ultimi trent’anni”, nonché “l’unico a doppia cifra”. A livello geografico, a contrarsi sono state in particolare le vendite realizzate nell’area Emea (-15,4%), seguita dalle Americhe (-10,6%) e da Asia e Pacifico (-5,7%). Inoltre, la flessione è stata più netta per la manifattura privata (-13,6%) rispetto a quella pubblica (-3%).
E’ tuttavia sotto il profilo della marginalità industriale dove il passo del gambero si è fatto particolarmente accentuato, con una flessione media del 61,9%, più marcata nel privato (-71,1%) rispetto alle realtà a partecipazione pubblica (-31,1%). Il margine Ebit, sottolineano ancora dall’Ufficio Studi di Mediobanca, è addirittura il più basso dal 1994 e si ferma a quota 2,9% rispetto al 7,9% che aveva toccato a fine 2019.
Ma come mai un bollettino di guerra tanto pesante rispetto agli altri Paesi? Prima di tutto, a detta degli esperti, l’Italia dispone di un tessuto industriale prevalentemente costituito da piccole e medie imprese manifatturiere, proprio quelle maggiormente colpite dalla crisi. A ciò si aggiunge che il nostro Paese sconta anche una specializzazione settoriale sbilanciata verso comparti che si sono rivelati maggiormente esposti alla crisi e nel contempo una carenza nei segmenti che si sono mostrati più resilienti.
Mediobanca mette poi il dito nella piaga di una carenza che si è ormai fatta cronica per l’Italia, vale a dire la lentezza della sua burocrazia, che in tempi di crisi diventa un’ulteriore zavorra alla ripartenza. Last but non least, piazzetta Cuccia Italia indica tra i minus che hanno contribuito a rendere il conto salato anche il “probabile ritardo nello smart working”. Un fronte che ci vede allineati alla Spagna, ma in ritardo rispetto a Regno Unito, Francia e Germania.
