Bitcoin, per i consulenti rimane una chimera
Consulenti divisi: chi lo considera un asset alternativo per diversificare il rischio, chi uno strumento speculativo. La parola agli esperti
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Aggiungere Bitcoin al portafoglio investimenti del proprio cliente può fare la sua felicità – a seconda del market timing d’ingresso –, ma significa anche esporlo a rischi significativi.
“Il Bitcoin può svolgere un ruolo nella diversificazione di un portafoglio, ma l’impatto varia a seconda del periodo d’ingresso”, spiega Amy C. Arnott, CFA, portfolio strategist di Morningstar che ha esaminato gli scenari e gli impatti derivanti dall’aggiunta di diverse percentuali di Bitcoin a un portafoglio 100% azionario.
Le simulazioni condotte dall’analista di Morningstar su un periodo di tre anni mostrano per il Bitcoin preso singolarmente una volatilità (misurata dalla deviazione standard) quattro volte maggiore rispetto ai benchmark azionari. Tuttavia, a causa della sua bassa correlazione con il mercato azionario, l’aggiunta di Bitcoin ad un portafoglio azionario non ne aumenta più di tanto la volatilità.
“Anche una ponderazione del Bitcoin del 10% avrebbe aumentato la deviazione standard del portafoglio di un importo abbastanza moderato”, spiega Arnott. “Dal punto di vista del portafoglio, i rendimenti più elevati hanno più che compensato la maggiore volatilità”. In termini di rendimento aggiustato per il rischio i rapporti di Sharpe sono aumentati in tandem con ponderazioni più elevate in Bitcoin.
Allargando l’orizzonte a 10 anni la deviazione standard di Bitcoin aumenta (più di 15 volte quella del mercato azionario), motivo per cui “anche una ponderazione dell’1% avrebbe portato a un forte aumento della deviazione standard rispetto a un portafoglio interamente azionario, nonché a drawdown significativamente peggiori”, dice l’analisi.
Un ipotetico esercizio di ribilanciamento mensile del portafoglio avrebbe portato a migliori rendimenti aggiustati per il rischio, ma tale approccio potrebbe essere poco pratico per molti investitori alla luce dei costi di transazione di Bitcoin.
Commissioni elevate e alti costi di transazione sono citati da Arnott fra gli elementi che frenano la diffusione del Bitcoin. L’analista calcola costi commissionali e di negoziazione dallo 0,5% fino al 4% a seconda delle piattaforme utilizzate e del domicilio dell’investitore, somme cui poi si devono sommare altri oneri per la custodia o il riscatto nel caso si investa tramite fondi o trust quotati.
In conclusione, l’analista di Morningstar si dichiara scettico sull’uso di Bitcoin come asset d’investimento poiché lo studio non fornisce alcuna garanzia sul fatto che la sua aggiunta “potrebbe non migliorare i rendimenti aggiustati per il rischio di un portafoglio nella stessa misura in cui ha fatto in passato”. Riconosce tuttavia il vantaggio di possedere Bitcoin come copertura dalla debolezza del dollaro.
“Nel 2020, ad esempio, Bitcoin aveva un coefficiente di correlazione di 0,68 rispetto all’S&P 500, rispetto allo 0,32 del periodo di tre anni finale. Tuttavia, la sua correlazione negativa con il dollaro statunitense è diventata ancora più pronunciata, rendendolo una copertura potenzialmente preziosa contro la continua debolezza del biglietto verde”.
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