Bce e Fed, la sfida della normalizzazione. Per i gestori il nodo da sciogliere è la liquidità
15 giugno 2018
di La redazione
5 min
Draghi annuncia l’addio della Bce al quantitative easing da gennaio e sull’Italia rassicura: niente drammi. Poi ribadisce: l’euro è irreversibile. Per i gestori il chairman della Bce rimane una garanzia. Ma sul lungo termine…
Fine del Qe al 31 dicembre 2018, impegno a proseguire nel programma di reinvestimenti dei capitali rimborsati sui titoli in scadenza fino a che sarà necessario e soprattutto tassi sui livelli attuali “almeno fino alla prossima estate”. Sono i punti salienti delle decisioni adottate dal consiglio direttivo della Bce nella riunione di giugno.
Gli acquisti di bond proseguiranno al ritmo di 30 miliardi di euro al mese prima di essere dimezzati a 15 miliardi a iniziare dal primo di ottobre. E al 31 dicembre il QE, che in oltre tre anni ha visto la Bce espandere il suo bilancio a 2.500 miliardi, giungerà al termine.
Draghi non ha nascosto il fatto che l’economia sta rallentando rispetto a qualche mese fa e che la fase di debolezza probabilmente proseguirà nei prossimi mesi per qualche economia e settore in particolare, anche in presenza di un clima di maggiore incertezza.
Le sue parole hanno trovato riscontro nelle nuove proiezioni macro dello staff Bce. Mentre la stima di crescita dell’economia dell’Eurozona per il 2018 è stata tagliata al 2,1% dal precedente 2,4% (confermate invece le stime di +1,9% nel 2019 e +1,7% nel 2020), quelle per l’inflazione sono state aumentate sulla scorta della ripresa dei prezzi dell’energia. La Bce prevede ora una crescita stabile dei prezzi pari all’1,7% ogni anni fino al 2020 mentre a marzo le proiezioni erano di un +1,4% nel 2018 e 2019 e di un +1,7% nel 2020.
Il presidente ha inoltre ribadito a più riprese che l’euro è irreversibile e metterlo in discussione “è un esercizio vano”, così come lo è parlare di complotti per l’andamento altalenante degli acquisti di Btp italiani che a maggio hanno raggiunto un ammontade di 3,6 miliardi, più dei 3,4 miliardi di marzo e gennaio.
I gestori sono pressoché unanimi: meno male che al timone della Bce c’è Mario Draghi – almeno fino alla fine del suo mandato, in scadenza a ottobre 2019. Ma con il variare, seppur graduale, della politica monetaria europea, inevitabilmente lo scenario macro e di investimento andrà rivisto per ribilanciare i portafogli. Ecco gli outlook dei gestori sull’obbligazionario europeo per i mesi a venire.
Stretta monetaria non coordinata tra Fed e Bce
“Siamo molto liquidi nella gestione delle posizioni del portafoglio ed estremamente cauti su tutto quello che è fixed income, spesso con delle posizioni ribassiste opportunistiche sulla parte core Europa”, spiega Filippo Lanza, gestore del fondo HI Numen Credit di Hedge Invest Sgr.
Filippo Lanza, gestore del fondo HI Numen Credit di Hedge Invest Sgr
Nelle ultime due giornate, abbiamo assistito ad una stretta monetaria globale di notevole entità. La Fed ha alzato i tassi, mentre la Bce ha annunciato il tapering del QE per fine anno. Si tratta di una stretta monetaria non coordinata, ma casuale tra le due aree economiche più grandi al mondo, l’America e l’Europa. Riteniamo che l’effetto moltiplicatore monetario del QE sia stato molto alto. Pensiamo dunque possa avere un impatto molto rilevante sull’economia e sulle condizioni finanziarie il cambiamento di politiche: quando la massa monetaria verrà assorbita, o si tenterà di assorbirla, impatterà negativamente la maggioranza degli strumenti finanziari, soprattutto quelli agli estremi del risk spectrum.
In questo contesto, l’asset class in assoluto più costosa rimane l’obbligazionario, soprattutto i titoli governativi tedeschi. Siamo positivi in questo momento solo sulla parte “event”: fusioni e acquisizioni permettono di estrarre valore dalla struttura di capitale delle aziende target. La maggior parte di queste operazioni saranno ad altissimo contenuto di debito: nei prossimi mesi, da un lato, la convergenza delle banche centrali su una normalizzazione delle politiche monetarie e dall’altra parte i settori telecom, media, e retail, spinti a operazioni M&A difensivi che portano ad un aumento della leva finanziaria creeranno una pressione notevole nel mondo obbligazionario.
Ci aspettiamo un’estate probabilmente molto difficile anche sotto il profilo della liquidità: la recente crisi del debito italiano ha evidenziato come anche sui titoli più scambiati i costi di transazione possono salire molto rapidamente.
Nessuna ambiguità sui tassi
Secondo Wolfgang Bauer, gestore del fondo M&G Absolute Return Bond di M&G Investments, fino alla fine del suo mandato Mario Draghi non cambierà radicalmente approccio sui tassi pur portando a termine il QE lanciato a marzo 2015.
Wolfgang Bauer, gestore del fondo M&G Absolute Return Bond di M&G Investments
Toni piuttosto «da colomba» per la Bce che, come ampiamente previsto, ha fissato una data di scadenza per il suo programma di acquisto asset. Ciò è mitigato dal fatto che il volume degli acquisti non scenderà semplicemente dagli attuali 30 miliardi di euro al mese a zero entro fine settembre, ma sarà prima limitato a 15 miliardi di euro al mese nel quarto trimestre, per poi cessare a fine anno.
Vale la pena sottolineare, tuttavia, che questo non segna la fine del quantitative easing in Europa. La Bce reinvestirà il debito in scadenza per un lungo periodo di tempo dopo la conclusione degli acquisti netti, continuando così a immettere liquidità nei mercati obbligazionari europei nel prossimo futuro, sebbene a un ritmo molto più lento rispetto agli ultimi due anni.
Sul fronte dei tassi, la Bce ha di fatto escluso qualsiasi rialzo per il primo semestre del 2019. Con la recente diffusione di dati economici notevolmente più deboli rispetto alla seconda metà del 2017, la probabilità di un aumento dei tassi all’inizio del 2019 era comunque diventata piuttosto bassa, ma le dichiarazioni di oggi della Bce hanno rimosso ogni ambiguità residua.
Meno male che Draghi c’è
Per Salman Ahmed, Chief Investment Strategist di Lombard Odier Investment Managers, Draghi ha utilizzato la forward guidance conferenza stampa per adottare, sia a parole che con le azioni, un atteggiamento meno aggressivo.
Salman Ahmed, Chief Investment Strategist di Lombard Odier Investment Managers
Draghi è riuscito a fornire un messaggio decisamente accomodante sull’outlook della politica monetaria della Bce. La forward guidance sui tassi di interesse è stata rafforzata con il caveat della promessa sull’assenza di un ulteriore rialzo dei tassi almeno fino all’estate 2019 e con le promesse di un prolungato periodo di reinvestimenti. Inoltre, il commento odierno di Draghi – secondo il quale il Consiglio direttivo può adeguare tutti i suoi strumenti politici qualora necessario – ha dato l’impressione di nascondere un ulteriore messaggio, quello del “whatever it takes”.
Continuiamo a stimare che non ci saranno rialzi dei tassi di interesse fino al quarto trimestre del 2019 e pensiamo che la Bce rimarrà in sintonia con i sorprendenti dati negativi, soprattutto perché stanno emergendo dei rischi commerciali e altri legati alla situazione italiana.
È probabile che queste condizioni possano far arretrare l’euro da qui in poi, poiché i differenziali di interesse rispetto agli Stati Uniti potrebbero aumentare ulteriormente. Inoltre, l’atteggiamento ancora abbastanza accomodante della Bce dovrebbe aiutare ulteriormente gli asset di rischio europei che hanno visto aumentare i propri premi di rischio a seguito degli sviluppi in Italia. Quindi, la liquidità a livello globale si sta muovendo verso una posizione più restrittiva, ma la Bce sta svolgendo il suo ruolo nel cercare di garantire che la fine del QE avvenga in maniera graduale e ancorata.
Come ampiamente previsto, il Federal Open Market Committee (Fomc) – il braccio di politica monetaria della Federal Reserve – ha alzato i tassi di interesse per la seconda volta nell’anno in corso portandoli all’1,75-2%. Ecco le reazioni dei gestori.
Per i mercati globali il mese di maggio è stato caratterizzato dalla forte instabilità del contesto sociopolitico italiano, che da un lato ha creato un inasprimento della negatività sul mondo obbligazionario e, dall’altro, ha innescato sensibili dislocazioni dell’area equity.
Come ampiamente previsto, il presidente della Fed Jerome Powell – alla seconda riunione del 2018 – lascia i tassi all'1,5-1,75%. Occhi puntati sulla riunione del 13 giugno, ma secondo i fund manager l’inversione di tendenza fa già capolino nei mercati.
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