Pir, il 3,5% a startup e venture capital. Allarme di Bankitalia
Operativo il decreto che rivede la normativa sui Pir. Ma è scontro. Via Nazionale: "Aumenta il rischio di perdite". Ecco le nuove regole
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“È necessario continuare a promuovere lo sviluppo della finanza non bancaria valutando l’efficacia delle iniziative già introdotte, razionalizzando gli interventi, favorendo la stabilità del quadro normativo”. Con queste parole il governatore della Banca d’Italia, Ignazio Visco, ha toccato il tema del risparmio degli italiani nelle sue Considerazioni finali che accompagnano la Relazione annuale dell’istituto per il 2018.
“Modifiche frequenti – ha avvertito -, come nel caso delle ripetute revisioni degli incentivi alla capitalizzazione delle imprese e della riforma dei Pir contenuta nell’ultima legge di bilancio, possono accrescere l’incertezza, con effetti negativi sulle scelte di allocazione del risparmio e di finanziamento delle aziende”. E a questo proposito Visco ha sottolineato che “la quota di risparmio delle famiglie affidata agli investitori istituzionali è aumentata di 14 punti percentuali, al 31 per cento, nell’ultimo decennio”, ribadendo come “questi sviluppi siano stati favoriti da misure fiscali”.
D’altra parte, si legge nella relazione di Via Nazionale, “gli strumenti del risparmio gestito (polizze assicurative, quote di fondi comuni e previdenziali diversi dal Tfr) nel portafoglio delle famiglie restano molto elevati rispetto al passato (31% delle attività finanziarie; 17 nel 2008)”. E questi strumenti, a detta dei tecnici di Visco, “hanno consentito ai risparmiatori di diversificare maggiormente i rischi del portafoglio, anche attraverso più ampi investimenti sui mercati internazionali”.
Via Nazionale non manca comunque di sottolineare le criticità. “Sono fortemente diminuite le sottoscrizioni di quote di fondi comuni – si riporta nella relazione – . Anche gli investimenti nei fondi che rispettano la normativa sui piani individuali di risparmio (Pir), sostenuti fino al mese di giugno, si sono in seguito progressivamente azzerati”. Proprio quei Piani individuali di risparmio che, come ha ricordato Visco, dalla loro introduzione nel 2016 hanno “favorito gli investimenti in titoli di società italiane da parte delle famiglie”.
Quanto alle banche, nel 2018 quasi “la metà delle commissioni significative è derivata dall’attività di gestione e intermediazione del risparmio, soprattutto dal collocamento e dalla distribuzione di quote di fondi comuni e polizze assicurative di società del gruppo o di terzi”, proseguono i tecnici di palazzo Koch.
Ma la relazione sottolinea anche come nel 2018 la raccolta netta dell’industria del risparmio gestito si sia ridotta in misura rilevante rispetto all’anno precedente. “Il calo è dovuto principalmente alle tensioni sui mercati finanziari che si sono verificate nella seconda metà dell’anno”, si spiega. Tra i fondi comuni di diritto italiano, “quelli aperti, che rappresentano il 77 per cento del patrimonio complessivo, hanno registrato una raccolta netta negativa (-2,5 miliardi), riconducibile interamente ai disinvestimenti del settore delle famiglie”.
Un focus particolare Bankitalia lo dedica ai fondi Pir di diritto italiano, “che nel 2017 avevano contribuito per il 55 per cento alla raccolta complessiva dei fondi aperti italiani, hanno registrato un forte calo delle sottoscrizioni nette, scese da 9,4 miliardi nel 2017 a 4 nel 2018”. I tecnici chiariscono però che i riscatti “stati tuttavia più contenuti rispetto agli altri fondi per effetto della normativa fiscale che incentiva i sottoscrittori a detenere le quote per un periodo minimo di cinque anni. Da gennaio dell’anno in corso, in attesa dell’attuazione delle modifiche alla normativa introdotte con l’ultima legge di bilancio, la raccolta si è pressoché arrestata ed è limitata ai soli fondi Pir costituiti prima dell’introduzione delle nuove regole”.
Nella relazione si evidenzia anche che “la forte riduzione della raccolta rispetto al 2017 ha inciso negativamente sulla redditività dei gestori di fondi comuni aperti, che hanno registrato un calo degli utili netti di oltre il 40 per cento. La redditività dei gestori attivi nei comparti immobiliare e del private equity è invece leggermente aumentata per effetto della crescita dei volumi intermediati. Il rapporto tra patrimonio di vigilanza e requisito patrimoniale dei gestori è ulteriormente cresciuto, salendo nel complesso da 6,3 a 7,8”.
Quanto alla crescita e alle scelte di politica economica, il governatore ha infine avvertito senza mezzi termini il governo su spesa, debito e rapporti con Bruxelles. “Saremmo stati più poveri senza l’Europa, lo diventeremmo se dovessimo farne un avversario”, ha affermato a conclusione delle sue Considerazioni finali, aggiungendo che “addossare all’Europa le colpe del nostro disagio è un errore; non porta alcun vantaggio e distrae dai problemi reali”. “Quelli che sono talvolta percepiti come costi dell’appartenenza all’euro sono in realtà – ha evidenziato Visco – il frutto del ritardo con cui il Paese ha reagito al cambiamento tecnologico e all’apertura dei mercati. Quasi tutti gli altri Paesi hanno fatto meglio di noi”.
Il governatore ha anche affermato che il contributo dell’immigrazione è fondamentale, perché senza ci sarebbero al 2030 tre milioni e mezzo di persone in meno in età fra i 20 e i 64 anni, e saremmo ‘più vecchi’. Ma soprattutto Visco ha raccomandato che aumenti di spesa o riduzioni di entrate rientrino in un quadro di sostenibilità, e ha spiegato che limitarsi a cercare un sollievo congiunturale con l’aumento del disavanzo può rivelarsi poco efficace, se poi lo spread sale. Alla politica, Bankitalia ha chiesto chiarezza sulla direzione di marcia, indicando la riduzione credibile e rigorosa del debito e misure a sostegno del lavoro come strada maestra.
