Mercati privati per il rilancio post Covid-19. Governo permettendo
Per i protagonisti del settore è il momento giusto per investire. Ma da "Milano Capitali", Gervasoni di AiFi mette in guardia l'esecutivo sul Golden Power
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Il 2019 si è confermato un anno vivace per il Venture capital in Italia, dove da qualche anno si sta progressivamente riducendo il gap con altri Paesi europei più avanzati su questo fronte. Certo, occorrerà vedere i dati alla fine del 2020, dove la crisi Covid ha pesantemente impattato sul primo trimestre. Ma intanto il 2019 offre un quadro incoraggiante: secondo il quarto report annuale a cura di P101 Sgr, gestore di fondi di Venture capital, e del sito specializzato Bebeez, nel 2019 244 startup italiane o fondate da italiani hanno annunciato round di finanziamento per oltre 605 milioni di euro, un risultato in crescita rispetto al 2018, in cui 179 aziende avevano annunciato round per 510 milioni. In salita anche la dimensione media delle operazioni: in dettaglio, 31 aziende hanno chiuso round da almeno 3 milioni di euro, per un totale di 451 milioni. Nel 2018 le aziende ad aver annunciato round di questa taglia sono state sempre 31, ma il totale dei fondi raccolti è stato di 308 milioni. Il peso importante dell’attività di investimento nell’ultimo anno emerge chiaramente se si considera che, dall’inizio della loro attività, queste stesse startup hanno raccolto complessivamente capitali per 850 milioni di euro.
Anche il contesto europeo, si legge nel comunicato di P101, è in espansione: nel 2019 è stato raggiunto il record di investimenti di Venture capital a quota 32,4 miliardi di euro (dai 23,4 miliardi del 2018) nonostante il numero dei deal registrati sia sceso da 5.929 a 5.017 operazioni, secondo Pitchbook, a testimonianza della crescita della dimensione media dei round.
Nel 2019 sono cresciuti anche i volumi delle campagne di equity crowdfunding, al punto che alcune delle startup che si sono finanziate con questo strumento si sono poi quotate in Borsa (tra queste spiccano CleanBnB, sbarcata su Aim Italia, e i-RFK, quotata su Euronext all’inizio del 2020).
La vivacità si è confermata anche su un altro fronte, quello dell’M&A e delle exit, molto importante per il settore perché è la fase in cui si raccolgono “i frutti” degli investimenti effettuati. Tra le operazioni più rilevanti, vanno segnalate la exit totale di H-Farm da Depop (conclusa per 2,5 milioni, con un ritorno pari a sei volte l’investimento, ndr), l’acquisizione del 100% di Viralize da parte di Vetrya e l’acquisizione dell’intero capitale della fintech Neutrino, specializzata in blockchain intelligence, da parte dell’exchange statunitense CoinBase (per 13,5 milioni di dollari).
In questo clima di generale progresso del settore, il 2019 ha visto anche un aumento degli investimenti condotti anche da soggetti industriali, che nella maggior parte dei casi tuttavia “sembrano muoversi ancora senza una chiara strategia di Corporate venture capital, sebbene tra le grandi e piccole aziende si stia facendo sempre più strada il concetto di open innovation, la ricerca cioè di innovazione al di fuori dei propri confini”, si legge nel report. Alcuni esperti segnalano che in effetti il Corporate venture capital resta ancora poco sviluppato in Italia rispetto ad altri Paesi. In ogni caso, in base allo studio nel 2019 erano 6.298 le aziende corporate investite in startup, di cui 3.713 come soci di primo livello. A settembre 2019, il numero di startup innovative nel portafoglio dei Corporate venture capital è risultato di 503 unità rispetto al 2017, passando da 2.154 a 2.657 secondo i dati del Quarto Osservatorio Open Innovation e Corporate Venture Capital 2019. Quanto ai settori, la maggior parte delle imprese che investono in startup innovative opera nei servizi non finanziari (44,58%), nei servizi finanziari (20,3%) e nell’industria (17,17%). L’85% dei soci di Cvc ha investito in una società che opera in un diverso settore.
L’apporto del Cvc, sottolineano gli esperti di P101, è molto importante: sebbene le startup con in investimenti Cvc rappresentino solo il 25,5% delle società che hanno chiuso round, queste ultime generano comunque il 37,7% degli addetti impiegati da tutte le startup innovative. Tra gli esempi virtuosi di aziende che cominciano a muoversi con una strategia più definita e che hanno costituito un ramo d’azienda dedicato agli investimenti di CVC sono da segnalare Neva Finventures, la divisione di CVC all’interno di Intesa Sanpaolo e A2A Horizon, che fa capo alla società A2A.
Il report spiega che il valore economico delle startup e delle Pmi nei portafogli degli investitori o potenzialmente oggetto di investimento da parte del Venture capital è in realtà molto più elevato di quello che si possa pensare, per due ragioni: la prima è che l’indotto generato da molte aziende supera i ricavi, come emerge in alcuni casi emblematici. Una di queste è Casavo (la startup che, peraltro, ha ricevuto i maggiori finanziamenti nel 2019): dall’inizio dell’attività nel 2017 a febbraio 2020 ha effettuato più di 300 acquisizioni immobiliari per un valore di oltre 85 milioni di euro. Il team è composto da circa 100 persone, mentre più di 1.000 agenzie immobiliari a Milano, Roma, Torino, Firenze e Bologna hanno aderito al network. Da gennaio 2020, inoltre è attiva anche in Spagna. “Nel 2018 il fatturato di Casavo è stato solo di 2,17 (milioni, ndr), ma risulta evidente che il valore economico del suo indotto sia molto più ampio”, si legge nel comunicato stampa che riassume il report. Importante anche il caso di Credimi, che ha erogato alle aziende 742,7 milioni in termini cumulati dall’inizio dell’attività, di cui 486 milioni soltanto nel 2019 e 60 milioni di euro per prestiti a medio-lungo termine. Un indotto intorno all’attività ben più alto non solo dei ricavi (900mila euro nel 2018), ma perfino dei 18 milioni di euro di capitali raccolti dagli investitori. Ed esempi analoghi si potrebbero fare con altre società citate da P101, come BorsaDelCredito.it e BacktoWork.
La seconda ragione per cui il valore di questa economia è più alto di quanto non sembri a una prima analisi è che in Italia esiste un mercato interessante costituito da società non iscritte nel registro ufficiale delle startup e Pmi innovative, ma che avrebbero tutte le caratteristiche per farlo, secondo uno studio condotto per P101 da SpazioDati (startup innovativa controllata da Cerved). A metà febbraio 2020, oltre alle 10.863 startup e alle 1.401 Pmi innovative registrate, sono state individuate altre 6.756 startup e 43.576 Pmi potenzialmente innovative, per un universo totale di 62.416 aziende (di cui 17.439 startup e 44.977 Pmi), per un fatturato di 107,44 miliardi di euro, contro i soli 4,5 miliardi di fatturato cumulato delle società registrate. La differenza si nota anche sul fronte dei lavoratori dipendenti, che includendo le società potenzialmente innovative sale a 520mila addetti (rispetto ai quasi 40mila delle aziende regolarmente iscritte nel registro).
Quanto ai segmenti più dinamici, considerando il dato complessivo delle startup innovative e di quelle potenzialmente innovative, in testa alla classifica ci sono biotecnologie e big data, mentre tra le Pmi spiccano biotecnologie ed ecosostenibilità.
Secondo il Report BeBeez Fundraising 2019 sul Private Capital, pubblicato a marzo 2020, tra il 2019 e il 2020 sono stati raccolti capitali significativi, con closing definitivi di fondi per 310 milioni, distribuiti su sette fondi, che si aggiungono ai closing parziali del 2018 per 950 milioni, per un totale complessivo quindi di 1,26 miliardi. In totale, il target di raccolta dei fondi ancora in fundraising è pari a 2,17 miliardi di euro. In dettaglio, il fondo Programma 102 di P101 è vicino al closing a quota 120 milioni; United Ventures ha lanciato il fondo United Ventures II Lazio con 10 milioni di euro; su fondi in raccolta e pre-marketing la parte del leone la fa ancora il Fondo Nazionale Innovazione, a cui il governo ha affidato la gestione di un miliardo di euro di risorse da dedicare al VC. Secondo il report, “continua quindi ad esserci bisogno di più soggetti e maggiori capitali, nonché delle competenze necessarie per investire in un’ottica di lungo periodo”. La soluzione? Puntare alla creazione di nuove società di gestione e di nuovi team, in modo da poter offrire agli investitori una gamma più ampia di prodotti, secondo P101.
