Emergenti sotto scacco. Ma le opportunità non mancano
Secondo Nick Payne, head of global emerging markets di Old Mutual Global Investors, le valutazioni sono veramente “cheap”. Fari puntati su Cina, Messico, Indonesia e India
2 min

Dopo le elezioni di giugno, che hanno conferito la maggioranza assoluta al presidente Recep Tayyip Erdoğan, la Turchia è ancora in preda all’incertezza economica e alla volatilità. Tanto che la Lira Turca è colata a picco.
Come spiega il team mercati emergenti di Raiffeisen Capital Management “la crescita turca ha i piedi d’argilla: è basata eccessivamente sul credito ed è considerata in modo piuttosto critico dai mercati valutari. Gli squilibri delle partite con l’estero rappresentano sicuramente il centro del problema. Il deficit della bilancia delle partite correnti, tuttora elevato, recentemente è salito anche a causa dell’aumento dei prezzi delle materie prime, e ora deve essere rifinanziato. Lo stesso vale per il rifinanziamento del debito estero di breve termine. D’altro canto, le riserve valutarie relativamente scarse non contribuiscono di certo alla fiducia nei confronti della Lira Turca”.
Emre Akcakmak, esponente del team di gestione di East Capital, si concentra sui fondamentali economici del Paese e anche qui “la situazione è più dura di quanto non sia mai stata negli ultimi 15 anni. L’inflazione ha raggiunto il 15,4% in giugno, la più alta negli ultimi 15 anni, e prevediamo un continuo aumento per i prossimi mesi. Il disavanzo delle partite correnti, storicamente il punto più debole dell’economia, finanziato anche quando era a livelli più alti, è ora vicino al 6% del Pil. Il debito estero si è accumulato, in quanto gran parte del disavanzo è stato storicamente finanziato dai prestiti in valuta estera, rendendo la Turchia ad essere molto dipendente dai finanziamenti esteri”.
I prestiti non performing (Npl), continua l’analista di East Capital, “sono bassi, solo al 2,9%, ma aumenteranno con la crescita dei debiti ristrutturati, specialmente nel settore energetico. La cosa peggiore è che è una dinamica che si auto alimenta: i fondamentali portano al deprezzamento della lira, che a sua volta alimenta l’inflazione a causa dei crescenti prezzi delle importazioni, richiamando la necessità di una maggiore azione di politica monetaria e danneggia la fiducia dei consumatori fino a ridurre l’attività economica da livelli molto elevati del 7,4% sia nel 2017 che nel primo trimestre del 2018”.
Per gli investitori però non tutto è precluso, perché, come spiega sempre Akcakmak, “andando avanti, non pensiamo che si tratti di una strada a senso unico, soprattutto dati i tassi di interesse locali storicamente alti, che potrebbero alla fine attirare gli investitori, se e quando le cose si calmeranno. La banca centrale deve mantenere tesa la propria politica monetaria e forse stringere ancora di più fino a quando l’inflazione non inizierà a rallentare. L’economia – prevede – probabilmente rallenterà come una risposta a tassi più alti, vale a dire meno domanda di credito e perdita di fiducia dei consumatori. Un deficit delle partite correnti elevato non è sostenibile a tassi ufficiali di 4-5 punti base al mese, quindi dovrebbe anche scendere – implicando un’attività economica ancora più lenta”.
