Emergenti: Fed e trade war i driver da monitorare
L'indebolimento del dollaro e il maggior stimolo fiscale in Cina avranno un effetto positivo. Ma gli investimenti devono essere selettivi. I casi di Turchia e Argentina
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Un nuovo accordo commerciale. Ma parziale e transitorio. Ne guadagna il mercato cinese, che rimbalza (in particolare la Borsa di Hong Kong) e tutto il mondo emergente. Secondo gli esperti, però, c’è poco da festeggiare. I fronti di guerra aperti da Donald Trump sul fronte del commercio sono due: se quello cinese sembra destinato a una tregua con la firma della “Fase uno” attesa a metà novembre all’Apec, quello verso l’Europa, più in sordina, prosegue a suon di ritorsioni autorizzate dal Wto (a oggi, 7,5 miliardi di tariffe su prodotti per lo più alimentari, in forma di rappresaglia per aiuti di Stato concessi in maniera sleale dall’Europa ad Airbus, mossa che ha danneggiato la concorrente Usa Boeing).
Sul fronte cinese, che è quello più importante e che, per la sua imprevedibilità, ha maggior impatto sull’economia, al momento siamo in presenza della sospensione da parte di Trump degli aumenti tariffari del 5% su 250 miliardi di beni cinesi importati negli Usa che sarebbero dovuti scattare il 15 ottobre mentre la Cina ha accettato di acquistare prodotti agricoli prodotti in Usa per 40-50 miliardi di dollari. Anche gli ulteriori aumenti del 15% previsti da metà dicembre su 156 miliardi di dollari di importazioni dalla Cina dovrebbero venire congelati.
Ma non è nulla di particolarmente innovativo, anzi. “Ci siamo già trovati in questa situazione. A dicembre 2018 è stata utilizzata esattamente la stessa narrativa, quando le due parti hanno dichiarato una tregua. Non riteniamo che questa volta la tregua durerà più a lungo – commentano Craig Botham e Keith Wade, rispettivamente senior emerging markets economist e chief economist & strategist di Schroders – In questo momento l’accordo è soltanto verbale e ci sono pochi dettagli: in alcuni ambiti dobbiamo basarci sulle parole di Trump riguardo agli impegni cinesi. Come a dicembre dell’anno scorso, gli Usa hanno concordato di sospendere l’escalation di dazi in cambio della promessa cinese di acquisto di beni agricoli, di misure sulla proprietà intellettuale, sulla valuta e sui servizi finanziari. Purtroppo, un altro punto in comune con la tregua del 2018 è che niente è stato detto riguardo al meccanismo di attuazione. Si tratta di un elemento significativo, dato che è proprio a tale questione che viene attribuito il merito di aver fatto saltare i colloqui, portando a una re-esclation della trade war lo scorso maggio”.
Dal punto di vista della Cina, questo compromesso non porterà allo scenario ideale di un ritiro totale dei dazi, ma allo stesso tempo non è neanche un accordo costoso. “Il Paese ha bisogno di una maggiore offerta di beni alimentari, in seguito all’impennata dell’inflazione dei prezzi di tali prodotti, quindi quanto concordato rappresenta a malapena una concessione. In modo simile, è già in corso un processo di apertura dei mercati finanziari, quindi anche in questo caso non si può parlare di una vera concessione. A parte questo, i cinesi si sono assicurati almeno un paio di mesi di respiro, durante cui non ci sarà un’escalation dei dazi”, continuano gli esperti di Schroders. Che però si attendono una nuova impennata prima della fine dell’anno.
E anche se la situazione attuale è effettivamente di tregua, l’incertezza persiste e “persisterà finché i dazi saranno attivi e la minaccia di ulteriori aumenti sarà usata come uno strumento di negoziazione per ottenere un accordo più rilevante sulla proprietà intellettuale. La Cina potrebbe decidere di aver concesso il più possibile e acconsentire a mettere in stallo i negoziati all’avvicinarsi delle elezioni presidenziali negli Stati Uniti. Ciò creerebbe un limbo per le società che potrebbe pesare sulle spese in conto capitale, dato che le aziende aspetterebbero di avere maggiore chiarezza prima di impegnarsi in nuove spese. La guerra tecnologica probabilmente continuerà, dato che le preoccupazioni in termini di sicurezza continuano ad essere elevate”.
Un elemento positivo nella situazione attuale c’è ed è tutto a favore della Cina. “La tregua commerciale fornirà un certo sostegno agli investitori e al sentiment dei consumatori – afferma Anthony Chan, chief Asia Investment Strategist di Union Bancaire Privée – Tuttavia, non è sufficiente per rilanciare in modo significativo gli utili aziendali, i piani di spesa in conto capitale, la spesa per i consumi e la crescita della Cina, data la persistente incertezza su quelle questioni fondamentali relative al commercio e all’accesso al mercato, nonché sull’attuale rallentamento strutturale dell’economia cinese. Detto questo, siamo costruttivi nel breve termine e vediamo uno slancio positivo per l’azionario cinese e di Hong Kong da qui alla firma della Fase uno. I livelli di aprile/inizio maggio restano il nostro riferimento di rialzo per entrambi i mercati. Per qualsiasi overshooting dei multipli al rialzo e, in assenza di passi in avanti nelle trattative della seconda fase, è necessaria cautela dal punto di vista del rischio e della ricompensa”.
In particolare, secondo lo strategist di Ubp è probabile che l’Hang Seng Index (Hsi) “riveda il livello da 28.500 a 29.500, con il p/e che dovrebbe portarsi a 11,7 volte dall’attuale 10,7, supponendo che il prolungarsi delle proteste di Hong Kong rimanga costante. L’Msci Cina godrà di un altro 8-10% in rialzo in quanto il p/e stimato tratta fino a 13 volte (da 11,7) con il continuo lancio di stimoli politici”.
