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La diffusione degli investimenti sostenibili rimane stabile rispetto al 2018. Pesa la mancanza di informazione. Carraro (Ipcc): “I cambiamenti climatici? Una sfida da oltre 500 miliardi”
Salgono attenzione e sensibilità al tema della sostenibilità, ma quando si tratta di ‘fare’ c’è ancora titubanza. È quanto emerge dalla ricerca del Forum per la Finanza sostenibile con Bva Doxa “Risparmiatori italiani e cambiamento climatico”, presentata alla Settimana Sri 2019 (dal 12 al 21 novembre), da cui spicca il dato che vede ancora solo uno su quattro, il 26%, scegliere prodotti di investimento sostenibile e responsabile.
Stando alla rilevazione, per la maggioranza delle persone che hanno investito più di mille euro nell’ultimo anno, l’attenzione delle aziende alla sostenibilità ambientale è abbastanza o molto rilevante (59%). Inoltre il 31% si dichiara disponibile ad aumentare i propri investimenti in prodotti finanziari sostenibili e il 60% ritiene che i criteri ambientali, sociali e di governance non siano tenuti nella giusta considerazione da parte degli operatori. La diffusione degli investimenti sostenibili rimane comunque stabile rispetto al 2018, frenata dalla scarsa conoscenza dei prodotti e dalla promozione insufficiente. Da questo punto di vista, qualcosa si muove e le persone a cui sono stati proposti investimenti sostenibili è salita di 9 punti fino al 40%.
Più dell’80% degli intervistati considera importante essere messo al corrente della sostenibilità ambientale e sociale dei propri investimenti; oltre la metà del campione giudica però molto carente l’informazione sulla finanza sostenibile in Italia. La ricerca mostra che quasi tutti gli intervistati attribuiscono all’attività umana la responsabilità del cambiamento climatico: il 91% ritiene che le cause siano di origine antropica. E oltre il 60% dei risparmiatori dichiara di aver modificato i propri comportamenti in ottica di sostenibilità ambientale, prestando particolare attenzione alla raccolta differenziata, all’utilizzo di lampadine LED e alla riduzione degli sprechi.
Il principale rischio per l’economia collegato al cambiamento climatico è rappresentato dai danni alla salute e all’incolumità delle persone per il 70% degli intervistati; seguono i danni alle produzioni agricole e le migrazioni, citati rispettivamente dal 62% e dal 45%. Agricoltura, settore alimentare ed energia sono i settori economici considerati maggiormente esposti agli effetti del cambiamento climatico. Il 33% del campione ritiene che le istituzioni europee siano i principali attori deputati alla prevenzione e al contenimento del rischio climatico; seguono i produttori energetici (18%) e le istituzioni nazionali (17%).
Il Presidente del Forum Pietro Negri, ha dichiarato: “La finanza sostenibile vive un momento storico caratterizzato da entusiasmo e, al tempo stesso, da responsabilità per gli attori coinvolti. A fronte della crescita di consapevolezza di operatori finanziari, società civile e consumatori sulla necessità di cambiamento, una maggiore trasparenza e obiettivi comuni sono indispensabili per evitare fenomeni di opacità e di opportunismo. Anche la politica è chiamata a fare scelte coerenti con le conclusioni scientifiche e con gli interessi e le opinioni degli altri stakeholder”.
Eppure gli investimenti giocano un un ruolo centrale nella salvaguardia dell’ambiente. A ricordarlo, il vicepresidente dell’Intergovernmental Panel on Climate Change, Carlo Carraro, che nel corso del convegno ‘Clima e finanza sostenibile’ ha avvertito: “E’ tutta una questione di finanza. La situazione l’abbiamo capita, la difficoltà è nello smuovere i fondi necessari a trasformare l’economia”. L’esperto stima il gap tra gli investimenti necessari e quelli disponibili “tra 500 e mille miliardi di dollari all’anno” e indica che i fondi possono venire dai risparmi dell’efficienza energetica, dai tagli ai sussidi per i combustibili fossili, i permessi di inquinamento e i green bond.
Il vicepresidente dell’Ipcc ha anche sottolineato che il “costo della transizione verso un’economia sostenibile è limitatissimo”, lo 0,06% del Pil, ma sono elevati gli investimenti necessari ad avviare il processo. Un recente rapporto di Morgan Stanley stima che servono investimenti di 1600 miliardi di dollari l’anno per la transizione ecologica, una cifra che corrisponde più o meno a quanto “già oggi si spende in infrastrutture energetiche”, ha spiegato Carraro. Al momento, dagli accordi internazionali vengono solo 18 miliardi di euro, ma la finanza climatica è in crescita ed è stimata aver superato 510 miliardi di dollari nel 2017, “perché investire in riduzione delle emissioni, in fonti rinnovabili, transizione ed efficienza energetica conviene”, ha osservato Carraro.
La sfida ora è accelerare e farlo subito perché “i tempi della variazione del clima sono lenti, e quello che faremo oggi non avrà effetti domani e nemmeno tra 20 o 30 anni, ma molto più in là”, ha detto poi l’economista, aggiungendo che “l’accordo di Parigi non è sufficiente ed è iniziata la negoziazione di un accordo più ambizioso”. “All’aumento della temperature di due gradi a fine secolo arriveremo sicuramente, qualunque cosa faremo adesso, ma se non facciamo niente l’aumento sarà molto di più”, ha infine avvertito, ricordando come “è a rischio è il futuro della specie umana, e anche il presente”.