Se l’Orso comincia a graffiare
I mercati stanno vivendo una fase di bull market che dura ormai da diversi anni. La correzione, quindi, potrebbe essere in agguato. Meglio riequilibrare il portafoglio. I settori e le aree su cui puntare
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Articolo pubblicato su FR MAGAZINE | Ott – Nov 2018 |
Nuovi fronti di crisi si aprono nel panorama di emergenti e mercati di frontiera. In prima linea l’Argentina e la Turchia, alle prese con forti tensioni valutarie e pressioni sul debito. Ma è stato un periodo nero anche per Russia, Indonesia, Brasile, Libano, e anche Paesi meno esposti ai riflettori finanziari, come il Venezuela. È l’inizio del contagio su tutti gli emergenti?

“In teoria, solo i Paesi che fanno scelte economiche sbagliate dovrebbero patire. Ma il mondo non è perfetto e il contagio può creare una reazione sul mercato che si traduce in una spirale mortale”, osserva Carl Eichstaedt, fixed income portfolio manager di Western Asset (gruppo Legg Mason). I ribassi valutari impongono strette sui tassi, e le strette rallentano l’economia, deprimendo ulteriormente la moneta. Gli emergenti, sempre fortemente esposti al dollaro, hanno sofferto la forza dell’economia americana e l’irrigidimento della politica monetaria Usa, che ha colpito soprattutto “le economie più vulnerabili come Argentina e Turchia”. Tuttavia, per Eichstaedt “lo scenario base indica che una moderazione nella crescita Usa e nella stretta della Fed, unita al rasserenamento del flusso di cattive notizie sui Paesi indicati, dovrebbe dissipare il contagio psicologico e normalizzare le valutazioni degli emergenti”.

Giovanni Folgori, direttore investimenti di Euclidea, punta i riflettori soprattutto sulla Turchia e attribuisce l’attuale crisi in parte alle scelte del governo Erdogan, pur sottolineando che il Paese resta interessante per dinamiche demografiche e posizionamento geografico. In ogni caso, “i mercati emergenti sono per natura eterogenei e non è possibile accomunare la Turchia ad altri Paesi che hanno condizioni del tutto diverse. Ci sono casi patologici, come quelli dell’Argentina, Ucraina e Venezuela ma ci sono anche molti emergenti che hanno situazioni migliori e, in alcuni casi, incoraggianti, come Malesia, Russia e Filippine”, osserva, Folgori. È pur vero che “il solo fatto che i Paesi emergenti siano rappresentati come un unicum fa sì che siano soggetti a un rischio di contagio”. Per questo motivo è sempre necessaria la diversificazione nei portafogli; ma “i Paesi emergenti, con i distinguo del caso, continuano a esercitare un ruolo strategicamente interessante all’interno dei nostri portafogli”.

Di analogo avviso Uday Patnaik, head of Emerging Market Debt di Legal & General IM, secondo cui “nonostante la recente debolezza, queste economie continueranno a offrire opportunità di investimento interessanti. Gli emittenti di questi mercati tendono a sfornare bond in valuta locale e nella moneta di riserva globale, ovvero il dollaro Usa. Spesso trascurato come importante driver dei rendimenti, il rischio valutario rappresenta la possibilità che gli investimenti sottostanti, denominati nella valuta locale del titolo, vadano incontro a fluttuazioni, legate ai movimenti dei cambi stessi. Nel reddito fisso, in particolare, i rendimenti valutari possono dominare la performance”. In pratica si tratta di un fly to quality: in momenti di turbolenza o incertezza gli investitori comprano dollari e le valute locali perdono terreno, trascinando i bond. “Nella nostra view, in fasi come quella attuale, in cui mercati navigano in acque agitate, potrebbe aver senso per gli investitori virare verso il debito in dollari. Nel lungo periodo, tuttavia, si potrebbero ottenere vantaggi significativi anche attraverso un’esposizione alle valute locali”, conclude Patnaik.
