Draghi, sul Qe appuntamento a ottobre
La Bce non ha toccato i tassi e ha confermato il Qe al ritmo di 60 miliardi al mese almeno fino a dicembre.
2 min – Articolo pubblicato su FR MAGAZINE | Ago-Set 2017 |

Che il QE e la politica monetaria iperespansiva della Bce debbano terminare è pacifico. Anzi, il processo di rientro è già in corso, visto che gli acquisti mensili di titoli sono scesi ormai da 80 a 60 miliardi di euro. Vi è una certa incertezza sui prossimi passi, però è chiaro che, salvo shock di tipo sistemico, si vada verso la chiusura. Fino a oggi gli effetti sui mercati finanziari sono stati tutto sommato contenuti, anche se non assenti, come la reazione al pur moderatissimo discorso di Draghi a Sintra ci ha mostrato. Si potrebbe dire che i mercati ritengono che sia ancora “troppo presto” per (re)agire al tapering. Tuttavia, sullo sfondo si percepisce un crescente nervosismo. E come tutti ben sappiamo, il crescente nervosismo sullo sfondo è la naturale benzina sul fuoco di potenziali crisi finanziarie, con lo scoppio di “bolle”. Per capire che cosa potrà accadere, pur nella mitigazione degli effetti delle decisioni della politica monetaria ultraespansiva della Bce che essa saprà sapientemente conseguire con una ben calibrata prudenza, bisogna analizzare e valutare gli effetti reali del QE. Essi si possono dividere in tre macroambiti, peraltro intrecciati reciprocamente:
Prima di tutto va detto che la politica monetaria per sua natura non può sostituirsi alla politica economica, che è di competenza del governo. Non solo e non tanto per motivi giuridici, ma proprio per i limitati effetti delle politiche monetarie sulle politiche economiche, soprattutto se devono agire in senso positivo.
Il fondamento di una equilibrata politica economica, che dunque favorisca il progresso ordinato della società, la generazione di ricchezza e la sua adeguata distribuzione, l’occupazione, risiede nel rispetto di regole “reali” non monetarie. In via sintetica quelle previste con il noto trattato di Maastricht. Purtroppo, la costruzione della moneta unica è partita con la deroga al più importante dei tre pilastri, per alcuni Paesi: Italia, Belgio e Grecia furono ammessi nonostante un rapporto di debito sul Pil superiore non solo al limite del Trattato, il 60%, ma addirittura ben oltre il 100%.
Invece di fare le riforme, i cui costi erano mitigati dall’ingresso (immeritato) nell’Euro, i governanti di Italia e Grecia (ma non in Belgio, che ha avuto la “fortuna” di restare senza governo per quasi due anni!) hanno perpetuato con nuovo vigore antichi vizi, e abbiamo sperimentato la sciagurata stagione dei tagli lineari: con l’effetto di eliminare le spese pubbliche di “migliore qualità” (gli investimenti) per raggiungere un effimero risultato di bilancio, senza operare la vera riforma della macchina burocratica, il Leviatano dei Paesi mediterranei, il nostro in primis.

Lanciando il QE con il suo famoso “whatever it takes” nell’estate 2012, la Bce ha semplicemente reagito alla crisi del debito sovrano, soprattutto, italiano. Si è così aperta una stagione straordinariamente favorevole per il nostro Paese, così favorevole che non vi sono precedenti nella storia dell’Unita d’Italia, dato in particolare il nostro troppo elevato debito pubblico, tale, sia chiaro, non per effetto della crisi del 2008, ma per il malcostume di lungo corso dei nostri governi.
E così in questi ultimi quattro anni abbiamo avuto, proprio per una politica monetaria inusuale e senza precedenti in Europa, condizioni straordinariamente favorevoli: tassi di interesse persino negativi; elevatissima domanda di titoli di Stato italiani grazie agli acquisti diretti e indiretti tramite il sistema bancario da parte della Bce, con conseguente schiacciamento dello spread; svalutazione impressionante dell’euro rispetto a tutte le principali valute e in particolare al dollaro, con effetti di stimolo straordinario delle esportazioni; tracollo del prezzo del petrolio, di cui siamo importatori.
Siamo vissuti nell’Eden economico, eppure non ce ne siamo accorti. Il dibattito politico, in un Paese che già diviso è stato poi persino lacerato dallo scontro di narcisismi caratteriali, non ha prodotto quelle micro riforme che non necessitano di faraoniche campagne mediatiche, ma di un po’ di diligenza e olio di gomito. Invece di cambiare la Costituzione, cosa forse pure utile, si poteva fare qualcosa di più semplice e molto concreto. Solo per far alcuni esempi: disporre che le società possano essere registrate automaticamente da un notaio telematicamente il giorno stesso in cui i soci le costituiscono; svuotare di competenze le province trasferendole massicciamente agli altri enti locali; procedere a una decisa privatizzazione del “capitalismo comunale”; procedere a una riorganizzazione del sistema scolastico attribuendo poteri e autonomia di spesa e selezione del personale in modo decentrato, sostenendo il costo a carico dei cittadini con contributi pubblici dando a essi direttamente il potere di scegliere dove fare studiare i loro figli, invece di finanziarie strutture fatiscenti e con servizi sempre meno apprezzati; comprendere se la proprietà delle banche ha responsabilità nella gigantesca crisi dei Npl (come mai sono su livelli fisiologici nelle banche con un assetto proprietario caratterizzato dalla presenza di una proprietà riconducibile a persone e invece in altri casi vi sono autentici disastri con effetto sistemico, anche per i già disastrati conti pubblici?).
Moltissimi altri sono gli esempi che si potrebbero fare. Ecco perché, adesso che siamo alla fine di questa stagione felice dobbiamo davvero preoccuparci delle nuvole che si iniziano a profilare all’orizzonte. Il comportamento che abbiamo tenuto è stato quello della cicala più sfrenata. Abbiamo davvero perso una seconda opportunità straordinaria, dopo che sciupammo la prima con il dividendo dell’ingresso nell’Euro.
*Chartered accountant Professor of Management and Entrepreneurship Deputy Rector for Innovation-IULM University. Memebro di Wealthground
