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Solo il 4% dei clienti donna tiene la liquidità ferma. Ma vogliono di più dal consulente. L’indagine Aipb-Candriam-Ipsos
Si informano e sono competenti, ma si rivolgono abitualmente a un consulente finanziario (da cui vorrebbero di più). Sono pronte a investire il 60% del loro patrimonio, specie in progetti di lungo termine, e sono poco inclini a detenere liquidità, ma badano molto alla sicurezza. Sono le investitrici italiane ‘di alto profilo’ secondo il rapporto Candriam-Aipb, realizzato con Ipsos, che ha fotografato le professioniste, imprenditrici, dirigenti con disponibilità finanziaria di almeno 250mila euro. Nel nostro Paese sono appena 60mila, lo 0,2% della popolazione femminile, mentre nella popolazione maschile gli investitori di alto profilo arrivano all’1%, cinque volte tanto. Un universo da non trascurare visto che le donne in Italia hanno in mano il 10% della ricchezza privata totale, pari a circa il 35% del risparmio gestito dal private banking.
L’approccio femminile agli investimenti
Competenti e interessate alla gestione del denaro, più degli uomini di pari profilo (84% contro 71%), negli ultimi 12 mesi il 68% delle donne del campione dichiara di aver acquistato più volte un prodotto finanziario di investimento. Il loro stile decisionale è più pragmatico e maturo di quello degli uomini, caratterizzato dalla condivisione, non perché manchino di self confidence o di preparazione per scegliere da sole, ma perché ritengono che quella condivisa sia una scelta migliorativa. Una su due, infatti, prima di decidere si confronta con un partner o con un professionista.
Le investitrici mettono la sicurezza al primo posto con un peso del 50% contro il 18% attribuito dagli uomini. Al secondo posto viene il rendimento, con un punteggio del 20%: un’importanza simile a quella attribuita dagli uomini che lo pongono al primo con un punteggio del 25%. Per le donne di “alto profilo” la sicurezza è un valore che si lega indissolubilmente alla progettualità sul futuro, all’esigenza di pianificare a lungo termine. Per questo motivo tendono ad allocare il 60% delle proprie risorse in progetti di medio-lungo termine e non dovrebbe sorprendere che solo il 4% esprime una propensione a tenere la propria liquidità ferma sul conto in un anno particolarmente critico come il 2020 (contro l’8% degli uomini).
Il 35% del campione intervistato sceglie prodotti che garantiscano il capitale, il 36% si esprime per l’investimento immobiliare, preferito solo dal 20% degli uomini. Emerge anche un 18% di investitrici impavide che, nonostante l’incertezza del momento, sanno ben guardare al lungo termine. Queste donne, che rappresentano la punta più evoluta di questo segmento, ritengono che l’adozione di strategie alternative possa dare nel lungo periodo performance soddisfacenti.
L’88% dichiara poi di aver sentito parlare di prodotti Esg, il 55% afferma di conoscerli bene, eppure sono poche le donne del campione che li detengono in portafoglio, perché, seppur fiduciose nell’impatto che questi investimenti possono avere, temono che siano poco liquidi, sicuri e con scarsi rendimenti. Ciononostante, una su due vorrebbe investire il proprio patrimonio in investimenti con impatti Esg o in economia reale: il 45% dichiara di voler diversificare, il 36% di voler contribuire attivamente al rilancio del Paese. Eppure, gli investimenti in economia reale restano sottorappresentati.
Le donne e la consulenza professionale
Il rapporto evidenzia come la consulenza finanziaria potrebbe liberare un maggiore potenziale, aiutando le donne investitrici a raggiungere meglio i propri obiettivi di lungo termine e di incidere di più sulla ripresa economica. Le donne che ricevono la consulenza professionale si dicono soddisfatte, ma non soddisfattissime: solo una minoranza assegna al servizio un voto di eccellenza. Una donna su due pensa che le investitrici abbiano esigenze e necessità abbastanza diverse da quelle degli uomini.
Il 73% vorrebbe essere affiancata da esperti con competenze anche non strettamente finanziarie e una su cinque ritiene che la capacità di essere seguite nel tempo rappresenti la chiave per migliorare il servizio di consulenza professionale. In base alla loro esperienza, il 20% conferma che nel corso delle conversazioni con il loro consulente finanziario di riferimento vengono affrontati aspetti più generali e di prospettive future, come ad esempio la protezione del rischio o la trasmissione del patrimonio.
“In un mondo in cui le donne sono fortemente sottorappresentate in tutti i settori – osserva Paolo Langè, presidente Aipb – a loro va ricondotto il 10% della ricchezza finanziaria privata del nostro Paese. Se si prende in considerazione il private banking, la percentuale sale al 35% dei circa 900 miliardi di euro gestiti dal settore, quota che risulta addirittura superiore a quella riconducibile al segmento dei clienti “imprenditori”, pari al 20% circa. Una cifra considerevole e sorprendente, che inserisce il private banking tra i settori chiamati a riflettere sulla questione femminile e su come proporre nuovi modelli consulenziali”.
“Sono convinta che la disparità di genere costituisca uno dei maggiori ostacoli allo sviluppo sostenibile e alla crescita economica del Paese e che sia opportuno che l’Associazione italiana di un’industria chiave per la gestione dei risparmi così fondamentale per il rilancio dell’economia si occupi del tema”, conclude Antonella Massari, segretario generale dell’associazione.
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