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Solo il 4% conosce i fattori che determinano l’assegno pensionistico. E la maggioranza ha aspettative irrealistiche. Appena 1 su 3 ritiene i mercati alleati per un piano di integrazione
Risparmiatori sì, ma poco informati e con scarsa propensione a pianificare il futuro pensionistico. E praticamente a zero per quanto riguarda la previdenza integrativa. Gli italiani si confermano pericolosamente indietro sul tema pensione, caratteristica che rischia di spingerli verso scelte errate e di esporli a sorprese spiacevoli al termine della vita lavorativa. L’ultimo alert in questo senso arriva da un recente sondaggio Moneyfarm-Progetica, presentato in occasione della quarte edizione del Mese dell’Educazione Finanziaria (#OttobreEdufin2021).
L’indagine ha infatti evidenziato come gli italiani non sappiano quali e quanti sono i fattori che possono determinare l’importo dell’assegno pensionistico e di conseguenza continuino a nutrire aspettative decisamente irrealistiche. La maggior parte degli intervistati stima infatti che la propria pensione pubblica andrà da un minimo di 800 euro a un massimo di 3.000, e solo il 12% stima che ammonterà a 1.200 euro, importo che, a oggi, coincide con la pensione media nel nostro Paese (fonte Istat), ma che, con tutta probabilità, in futuro potrebbe essere solo un miraggio.
Pensione, gli italiani non sanno quanto prenderanno
Nel dettaglio, solo il 4% conosce tutti i fattori che impattano sull’importo dell’assegno pensionistico: anzianità contributiva, stipendio, aumento della speranza di vita, andamento del Pil e tipo di lavoro. E quanto ai singoli fattori, se oltre l’80% ha chiaro l’impatto dello stipendio (80,7%) e dell’anzianità contributiva (81,1%), soltanto 1 su 3 (34,4%) sa che l’aumento della speranza di vita avrà un effetto diretto sulla pensione.
Il concetto di per sé sarebbe intuitivo: più cresce la speranza di vita, minore sarà l’importo dell’assegno perché i contributi versati dovranno essere sufficienti per un maggior numero di anni. E in un Paese longevo come l’Italia (dove secondo l’stat l’aspettativa di vita per un uomo è 79,7 anni e per una donna di 84,4), non è certo un fattore trascurabile. Soltanto 1 italiano su 4 (il 25,6%) sa che anche il Pil avrà un impatto: al diminuire della crescita nazionale, infatti, calerà anche l’assegno pensionistico.
E ancora: appena 1 su 5 (il 20,5%) ha chiaro che il tipo di lavoro che svolge, e il relativo regime contributivo, avrà un effetto. Solo il 4% degli intervistati, una percentuale davvero irrisoria, è consapevole del fatto che tutti questi fattori avranno un impatto sull’assegno pensionistico. La combinazione di risposte che emerge con maggiore frequenza (24%) è il numero di anni lavorati e lo stipendio percepito.
Inoltre, solo l’11% circa ha dimostrato di sapere che il valore dell’assegno pensionistico influenza anche il momento della pensione (per chi ha iniziato a lavorare dopo il 1996) perché dipende dai contributi versati. Quindi a seconda del livello retributivo e della continuità lavorativa (pause, precarietà, lavoro part-time/stagionale, maternità, cassa integrazione, ecc.) si apre una forbice che può variare dai 64 anni per chi decidesse di anticipare la pensione (pensioni elevate) ai 71 anni (con pensioni basse).
Previdenza integrativa, il 70% degli italiani non sa cos’è
Altro dato degno di nota è il fatto che solo 1 persona su 3 (il 30%) ritiene che i mercati siano un alleato importante per fare un piano di previdenza integrativa, tanto più raccomandabile quanto più tempo manca alla pensione. Leggendolo al contrario il dato risulta particolarmente allarmante: circa il 70% degli italiani ignora che un investimento sui mercati finanziari può garantire un assegno pensionistico più alto. Neppure i giovani dimostrano maggiore consapevolezza su questo punto e si fermano al 31,4% (18-29 anni) e al 35,3% (30-39 anni).
L’altro nodo da sciogliere per una pianificazione del futuro ottimale riguarda la conoscenza relativa ai fondi pensione e ai piani individuali pensionistici: rispettivamente il 55% e il 52% degli intervistati ignorano che Tfr e contributo datoriale sono due strumenti fondamentali a supporto di un piano di previdenza integrativa. C’è un maggiore grado di consapevolezza fra i dipendenti con il 51% che riconosce il valore del Tfr e il 61% il contributo del datore di lavoro.
Riscatto della laurea, poche idee ma confuse
Tema controverso, infine, è quello del riscatto della laurea: 1 su 10 (9,5%) pensa che non anticipi mai il momento della pensione, 1 su 4 (24,3%) pensa, invece, che serva sempre ad anticiparlo. In sintesi, un terzo dei rispondenti (33,8%) non conosce affatto il potenziale effetto del riscatto della laurea. La verità, invece, è che non esiste una regola sempre valida per tutti. Il riscatto può essere utile per uscire qualche anno prima dal mondo del lavoro, ma ogni caso va ponderato in base a criteri di costi/utilità.
Il ruolo chiave della consulenza
In questo scenario complesso, in cui, soprattutto in ambito previdenziale, le nozioni da conoscere sono svariate e spesso tecniche, dove la mancanza di consapevolezza lascia sempre più spazio a scelte errate a causa di bias comportamentali e visioni di breve termine, secondo gli esperti che hanno curato l’indagine, il modo migliore per aiutare i risparmiatori a fare una corretta pianificazione finanziaria per gli anni della pensione è ancora la consulenza.
In Italia solo una porzione ridotta della ricchezza finanziaria delle famiglie italiane ha accesso oggi a un servizio evoluto di gestione del risparmio e a una consulenza indipendente. Questo dato è ancor più rilevante visto lo scarso livello di educazione finanziaria della popolazione. Eppure, concludono gli esperti, mai come in questo momento i risparmiatori hanno bisogno di una consulenza finanziaria di qualità.
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