Europa, ora tocca alla politica fiscale
Secondo Papadakis (Lombard Odier), è necessario un allentamento fiscale coordinato che sfrutti i bassi costi di indebitamento per gli Stati. Ma i governi tentennano
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Archiviati i tempi del “whatever it takes di Mario Draghi”, e con le banche centrali che iniziano ad avere minori spazi di manovra dopo anni di interventi iperespansivi, gli esperti sono ormai convinti che per promuovere la crescita sia necessario spingere sulla politica fiscale. “I crescenti dubbi sulla sostenibilità dell’attuale espansione economica hanno reso urgente un dibattito sulla risposta globale alla prossima recessione. Dopo anni in cui ci siamo focalizzati sulla politica monetaria, l’opportunità legata ad una politica fiscale più attiva e il relativo interesse hanno certamente guadagnato terreno”, commenta Silvia Dall’Angelo, Senior Economist di Hermes Investment Management. Certo, non fino al punto da spingere i governi a indebitarsi senza limiti e a rimandare le riforme necessarie, ma piuttosto con valutazioni pragmatiche della realtà e “del ruolo che il debito pubblico può svolgere nel sostenere la crescita in un contesto caratterizzato da sfide urgenti a lungo termine (produttività debole e in calo, crescenti disuguaglianze), tensioni commerciali, un universo in espansione di debito con rendimento negativo e un’espansione economica ormai a fine ciclo”, aggiunge Dall’Angelo. Finché i tassi restano bassi, i governi possono rifinanziare il debito a condizioni più vantaggiose e quindi, secondo l’economista, far scendere i rapporti debito/PIL anche in assenza di un aumento delle tasse.
Questa sfida, creare un quadro fiscale sostenibile con un chiaro indirizzo anticiclico, è condivisa da molti Paesi ma è particolarmente importante nell’Eurozona. E se i tedeschi finora sono stati dei convinti sostenitori della politica del pareggio, “la probabile entrata della Germania in una fase di recessione tecnica dovrebbe ribadire la necessità di un più ampio riesame del quadro politico e del ruolo della politica fiscale”, argomenta Dall’Angelo, sottolineando che ignorare la situazione comporterebbe anche l’incapacità di utilizzare il proprio margine di manovra fiscale per affrontare le potenziali minacce sistemiche alla crescita: protezionismo commerciale, rallentamento strutturale in Cina e un indebolimento del multilateralismo. “Mentre l’era dell’interventismo di politica monetaria sembra volgere al termine, i governi hanno l’opportunità, e allo stesso tempo la sfida, di riequilibrare le politiche verso la componente fiscale e di fare buon uso del debito pubblico”, aggiunge l’economista, riflettendo sul fatto che tuttavia i politici non sono necessariamente pronti per questo nuovo scenario e potrebbe essere necessario del tempo per muoversi in direzione di una maggiore centralità delle politiche fiscali. “Il ruolo più importante di Christine Lagarde passerà da policy-setter a chief mediator, in un contesto di più stretto coordinamento tra politica monetaria e fiscale”, sostiene Dall’Angelo.

Questo quadro non riguarda solo l’Europa. “L’attuale momento di difficoltà dell’economia mondiale è destinato a proseguire”, come dice Maurizio Novelli, gestore del Lemanik Global Strategy Fund. I fondamentali dell’economia internazionale continuano a deteriorarsi e, dopo una contrazione costante ed inesorabile di tutti gli indicatori che è in corso ormai dall’inizio del 2018, si cominciano a evidenziare sensibili rischi di recessione. “Gli investitori sperano che gli allentamenti monetari recentemente introdotti da Fed e Bce possano in qualche modo far ripartire la crescita e tornare ad alimentare consumi e investimenti. Ma questi due elementi portanti della fase espansiva degli ultimi anni sono ormai in una fase di contrazione evidente ed eventuali miglioramenti rischiano di essere solo temporanei”, prosegue Novelli. È difficile che ci sia un’inversione di tendenza sul trend degli investimenti globali, visto che la pianificazione degli investimenti di un’impresa è un meccanismo di lungo termine e la guerra commerciale globale scatenata dagli Stati Uniti non favorisce una imminente ripresa.

Anche secondo NN Investment Partners una politica fiscale meno rigida su base globale sarà la chiave per stimolare un’inversione di tendenza. “Mentre ci dirigiamo verso il 2020, l’economia globale si sta avvicinando a un bivio”, ha dichiarato Valentijn van Nieuwenhuijzen, Chief Investment Officer di NN IP. “In una direzione, i venti contrari dell’incertezza politica continuano a soffiare sui mercati finanziari, e l’eccessiva dipendenza dalla politica monetaria spinge al ribasso i rendimenti e le aspettative di inflazione, mentre rimaniamo impantanati in una stagnazione secolare. Nell’altra direzione, vediamo ancora la speranza di una ripresa se i responsabili delle politiche fiscali attuano misure di stimolo per aumentare la fiducia delle imprese e dei consumatori”, riflette Van Nieuwenhuijzen. Dato che i policymakers hanno poche frecce al proprio arco in termini di politiche monetarie, un ulteriore sostegno dovrà provenire o da una riduzione dei rischi politici o da un’azione governativa sotto forma di stimolo fiscale o da una riforma strutturale attentamente studiata. “Una riduzione dei rischi politici potrebbe essere la conseguenza di un primo accordo commerciale USA-Cina o di una Brexit ordinata, mentre qualsiasi stimolo fiscale dovrebbe essere volto ad aumentare la produttività privata e a promuovere la concorrenza. In assenza di tali misure, vi è il rischio concreto che il settore privato cambi radicalmente, in negativo, le proprie convinzioni, prefigurando una realtà che assume la forma di una vera e propria recessione”, sostiene Van Nieuwenhuijzen. Se stimoli fiscali e una politica monetaria più flessibile dovessero entrare in gioco, si creeranno forti argomenti a favore delle azioni europee, attualmente sottovalutate su base storica. All’interno delle azioni europee, NN IP preferisce i titoli ciclici rispetto a quelli difensivi, in quanto sembrano destinati a superare i tradizionali beni rifugio.
