Monitor Covid – Azioni, Ue e Giappone: la ricetta del II semestre
Tra seconda ondata, elezioni Usa e forma della ripresa, l’incertezza è l’unica certezza. Ecco come orientarsi secondo i gestori
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Ritorno al rischio, ma con prudenza. È questa la posizione più diffusa tra i gestori fixed income, grazie al fatto che finora i dati indicano una ripresa sostenuta delle economie post lockdown. Certo i rischi non mancano, sottolineano unanimi gli analisti, primo fra tutti quello di una seconda ondata di contagi, seguito delle tensioni dovute alle presidenziali americane e da un aumento dei contrasti tra Usa e Cina. Ma ci sono anche importanti valutazioni quantitative e fattori tecnici di cui tenere conto nel riposizionare i portafogli.
“Nonostante il significativo rialzo degli attivi più rischiosi, i beni rifugio come i titoli di Stato core si sono mantenuti perlopiù allo stesso livello”, osservano gli esperti del team global fixed income, currency and commodities group di Jp Morgan Am, che ricordano come a inizio giugno i rendimenti dei Treasury decennali sono saliti brevemente sopra lo 0,9% per poi rimanere tra lo 0,6% e lo 0,8% a fine marzo. Anche i Bund tedeschi si sono mantenuti saldamente in territorio abbondantemente negativo, a causa delle politiche monetarie estremamente accomodanti.
“In conseguenza di tali valutazioni e della scarsa protezione offerta dai bassissimi rendimenti dei titoli di Stato, vediamo più opportunità nelle operazioni relative value sui tassi, anziché nel semplice posizionamento lungo di duration – affermano -. In particolare, riteniamo che i fattori di irripidimento sui tassi, anziché nel semplice della curva si presentino interessanti: le politiche delle banche centrali sostengono i rendimenti a breve scadenza, mentre quelli a lunga scadenza probabilmente saliranno con la ripresa dell’attività economica”. Anche la massiccia offerta di titoli di Stato, fanno notare gli esperti di Jp Morgan Am, continua a essere più che compensata dagli istituti centrali: “Questa dinamica tecnica globale offre opportunità di investimento a breve termine, poiché l’aumento dell’offerta potrebbe causare un’indigestione e spingere al rialzo i rendimenti, che verrebbero poi di nuovo spinti al ribasso dalla domanda della banche centrali”, chiariscono.
Tutto questo si traduce, per gli investitori obbligazionari, in una cauta propensione al rischio. “L’incombere di diversi rischi fondamentali sconsiglia, ai nostri occhi, l’assunzione di una posizione di pieno rischio, ma riteniamo che il miglioramento dell’attività economica e il forte sostegno delle autorità giustifichino un più ampio spaziare sullo spettro del credito”, assicurano da Jp Morgan Am.

Anche Akram Gharbi, gestore high yield di La Française Am, pone l’accento sul massiccio supporto delle banche centrali e dei governi, che ritiene oggi decisivo sul mercato high yield. “Grazie a queste misure, i flussi stanno gradualmente tornando verso l’asset class, e questo supporto inizia a venire riflesso nelle valutazioni”, spiega, sottolineando come a dispetto dei timori delle agenzie di rating, non c’è da attendersi un aumento sostanziale nei tassi di default grazie alle attese sulla ripresa dell’economia.
“Geograficamente preferiamo gli Usa e l’Europa core, mentre restiamo cauti sui Paesi emergenti e periferici europei”, rivela Gharbi, secondo cui i fondamentali degli Emergenti appaiono indeboliti a causa della crisi in corso e della loro forte dipendenza dalle commodities, incluso il petrolio. Inoltre questi Paesi non beneficiano dello stesso supporto delle banche centrali offerto ad Usa ed Europa. “Ci si attende che i Paesi periferici soffrano di un significativo declino della crescita e di un importante aumento del debito pubblico. Anche il rischio politico pesa notevolmente”, precisa.
Il gestore favorisce poi i grandi emittenti Usa, “soprattutto i fallen angels, che offrono premi al rischio interessanti rispetto agli emittenti europei, specialmente con un calo significativo nei costi di copertura vautaria che dovrebbe protrarsi nel tempo grazie alla politica monetaria espansiva della Fed”, prosegue. Mentre riguardo ai settori resta cauto sui titoli ciclici con rating ‘B’ e ‘CCC’ e privilegia gli emittenti ‘benchmark’ rispetto ai piccoli emittenti con bassi livelli di liquidità.
Gli Emergenti non spaventano invece Siddharth Dahiya, head of emerging markets corporate debt di Aberdeen Standard Investments, che vede buone opportunità in un’ottica di lungo termine, con un orizzonte a 3-5 anni, nel debito corporate, asset class che ha storicamente mostrato una maggiore capacità di limitare il rischio di ribasso rispetto sia alle obbligazioni sovrane in valuta forte e in valuta locale sia a quelle dei mercati di frontiera.
Sono varie le ragioni che secondo Dahiya contribuiscono a spiegare tale resilienza: ad esempio il fatto che le emissioni sono spesso in valute a basso rischio, di solito dollari Usa, e che alla vigilia della pandemia la posizione creditizia delle aziende nei mercati emergenti evidenziava una generale tendenza al miglioramento.
L’asset class richiede però una gestione attiva, anche perché è innegabile che i tassi di default in tutto l’universo globale del debito corporate subiranno una significativa impennata e che la volatilità resterà elevata. “Ora più che mai riteniamo che la ricerca debba concentrarsi sull’individuazione di obbligazioni corporate emesse da società di qualità elevata con bilanci solidi, modelli di crescita sostenibili, credenziali Esg affidabili e un management credibile. Le aziende con questo profilo non soltanto hanno le carte in regola per sopravvivere alla pandemia, ma anche per emergere più forti al termine della crisi ed essere remunerative per i propri investitori”, conclude Dahiya.
