Il (morbido) sostegno a imprese e lavoratori
L'analisi di Luca Occhetta (Pirola, Pennuto, Zei) sul decreto che cerca di dare respiro a imprese e lavoratori colpiti dall'emergenza Coronavirus
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Quando ad essere contagiato dal coronavirus è un malato, si rischiano conseguenze molto gravi. In questo caso il malato è l’Italia, più precisamente le sue finanze pubbliche, che per questo è inevitabilmente uno dei Paesi più esposti, se non il più esposto, sia alla pandemia sia alla recessione. Le misure fiscali adottate dal governo in risposta alla crisi (25 miliardi di euro al 17 marzo) rischiano infatti di portare il rapporto debito pubblico/Pil oltre il 140% e richiederanno prima o poi un intenso sforzo per garantire la solvibilità di Roma.
A fare un’analisi di ciò che succederà alle casse italiane è Agnieszka Gehringer, senior research analyst del Flossbach von Storch Research Institute, che prospetta due possibili scenari. Il primo è quello di una grave crisi economica, per delineare il quale è stato preso come riferimento l’impatto economico della recessione 2009-2010. Sebbene i due eventi non siano del tutto paragonabili, la crisi economica successiva alla Grande Crisi Finanziaria dovrebbe essere un riferimento sufficientemente buono per approssimare un danno economico causato da un evento inaspettato.
“La crescita del Pil nominale è scesa di quasi 7 punti percentuali nel 2009, di quasi 1 punto percentuale nel 2010 e di 0,8 punti percentuali nel 2011 rispetto alla crescita media del Pil nominale nei tre anni precedenti l’evento – fa notare l’analista -. Ciò ha portato a una crescita del Pil nominale del -3,7% nel 2009, del +2,2% nel 2010 e del +2,3% nel 2011. Tuttavia, data una crescita media del PIL nominale molto più bassa (1,8%) nel periodo 2017-2019, una vera e propria crisi attuale potrebbe portare a una crescita del Pil nominale forse del -5% nel 2020, +0,8% nel 2021 e +1% nel 2022. In seguito, si suppone che la crescita nominale si normalizzi ai livelli precedenti la crisi (1,8%)”.
“Ipotizzando un effetto simile a quello della crisi economica 2009-2010 – prosegue -, il saldo primario potrebbe peggiorare di quasi 3 punti percentuali del Pil nel 2020 e di 2,2 punti percentuali nel 2021 rispetto alla media dei tre anni precedenti l’evento. Di conseguenza, il saldo primario sarebbe pari al -1,6% del Pil nel 2020 e al -0,9% nel 2021. Per il periodo 2022-2024 si ipotizza una normalizzazione delle finanze pubbliche, che porterebbe a un avanzo primario medio annuo dell’1,3%. Ciò corrisponderebbe a un avanzo primario medio generato in Italia nel periodo 2017-2019″.
La Gehringer ipotizza infine che le turbolenze intorno alla crisi del coronavirus e alla recessione economica portino a un aumento del tasso di interesse medio sui titoli di Stato italiani. Questa ipotesi è la più difficile da fare, rispetto alle due precedenti, dato che il contesto generale dei tassi di interesse è cambiato molto dopo la Grande Crisi Finanziaria: all’epoca i tassi di interesse erano a livelli più normali e la Bce disponeva di un margine di manovra significativamente più ampio.
“Oggi questo margine di manovra è molto più contenuto. Allo stesso tempo, la partecipazione della Bce al mercato dei titoli sovrani attraverso i suoi ampi programmi di acquisto di asset, ha accelerato la convergenza dei tassi d’interesse all’interno dell’area euro verso i livelli dei tassi d’interesse dei titoli di stato tedeschi – spiega l’analista -. Ciò implica che la reazione dei tassi di interesse sui titoli di Stato italiani dovrebbe essere molto più contenuta rispetto alla precedente crisi. Di conseguenza, si ipotizza che il tasso di interesse medio in Italia aumenterà nel 2020 di un moderato 1% rispetto ai livelli medi del 2019. Ciò corrisponderebbe a un aumento del tasso medio di interesse all’1,9% nel 2020. Per il periodo 2021-2024, ipotizziamo che il tasso di interesse medio scenda leggermente fino all’1,4%. Ciò risponderebbe all’ipotesi che un ulteriore aumento del debito pubblico richiederebbe un premio di rischio leggermente più elevato sui titoli di Stato italiani”.
Sulla base di questo scenario, a detta dell’esperta, il rapporto tra debito pubblico e Pil in Italia passerebbe dall’attuale 136% del Pil ad un massimo del 147,4% nel 2022 per poi scendere gradualmente al 146,7% nel 2023 e al 145% nel 2024.
Il secondo scenario prende invece in considerazione una crisi economica ‘lieve’, nel caso in cui l’impatto economico dell’epidemia sia meno grave e che un ampio stimolo monetario e fiscale limiti la flessione e porti gradualmente i livelli dei tassi di interesse al periodo pre-crisi. Ebbene, se così dovesse essere, la traiettoria del debito pubblico in Italia sarebbe più mite rispetto allo scenario precedente.
“Tuttavia, ciò dipende da due ipotesi cruciali – avverte la Gehringer- . Che l’impatto sulla crescita del Pil nominale nel triennio 2020-2022 sia solo la metà di quello dello scenario 1, con il tasso di crescita del Pil nominale che torna poi alla normalità pre-crisi dell’1,8%, e che il tasso di interesse medio aumenterà di soli 0,5 punti percentuali nel 2020, per poi convergere gradualmente verso il livello pre-crisi dello 0,9% nel 2024”
In questo scenario, il rapporto tra debito pubblico e Pil aumenterebbe fino a raggiungere un picco del 140,6% nel 2022, per poi scendere gradualmente al 136,4% nel 2024.
“Anche una lieve recessione economica porterebbe il rapporto debito/Pil in Italia a oltre il 140% nei prossimi due anni – evidenzia quindi la Gehringer -. Una recessione due volte più grave, che purtroppo sembra più probabile, comporterebbe un aumento del rapporto debito/Pil di oltre 10 punti percentuali, portandolo al 147% nel 2022. Inoltre, sulla base dell’esperienza degli ultimi decenni, l’aumento del debito pubblico in Italia è più probabile che sia permanente piuttosto che solo temporaneo”.
“Con un rapporto debito/Pil che si avvicina al 150%, è improbabile che l’Italia possa accedere ai mercati finanziari senza aiuti esterni. Data la limitata capacità di finanziamento del Meccanismo Europeo di Stabilità, sembra inevitabile che la Banca Centrale Europea debba assumere il ruolo di prestatore di ultima istanza al governo italiano”, conclude l’analista.
