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Cresce l’incertezza sulle prospettive economiche globali e gli investitori obbligazionari stanno riposizionando attivamente i portafogli. I risultati del Global Fixed Income Study di Invesco
Uno, massimo due anni. Tanto durerà ancora il ciclo economico secondo quasi la metà degli investitori. Mentre il 52% di quelli americani si aspetta addirittura una fine anticipata. Lo rivela il secondo Global Fixed Income Study annuale di Invesco, condotto tra 145 specialisti obbligazionari e CIO rappresentativi di un patrimonio pari a 14,1 trilioni di dollari.
Dallo studio emerge che, pur prevedendo una conclusione relativamente a breve termine del ciclo economico, gli investitori non si aspettano tanto una correzione significativa degli strumenti obbligazionari, quanto piuttosto la rara eventualità di un atterraggio morbido con una costante curva dei rendimenti piatta. Viene fuori inoltre che prevedono di mantenere le partecipazioni obbligazionarie alla ricerca di rendimento, adottando un approccio più attivo alla creazione di scenari di rendimento diversificati mediante il ricorso a strumenti alternativi, allocazioni ai mercati emergenti e investimenti in Cina.
“La situazione politica negli Stati Uniti ha probabilmente contribuito alle prospettive pessimistiche degli investitori obbligazionari nordamericani. L’atteggiamento aggressivo dell’amministrazione Trump in merito agli scambi commerciali con Cina, Europa, Canada e Messico, in combinazione con l’imposizione di dazi, ha significativamente intaccato l’ottimismo. A livello politico e di mercati, la sensazione che la Fed sia determinata a porre fine al supporto offerto dalla politica monetaria e le ipotesi di una potenziale inversione della curva dei rendimenti hanno verosimilmente accentuato le preoccupazioni”, spiega Nick Tolchard, Head of Europe, Middle East & Africa (EMEA) per Invesco Fixed Income.
Gli investitori infatti rispondono in misura crescente alla possibilità di turbative dei mercati causate da problemi geopolitici. Quasi la metà (46%) ha adeguato le allocazioni di portafoglio in funzione delle guerre commerciali. Gli investitori wholesale sono particolarmente sensibili a tali preoccupazioni e due terzi (65%) sono stati indotti dalla Brexit a modificare le loro allocazioni in Europa e nel Regno Unito. Le prospettive sull’economia globale sono inoltre diventate più incerte e divergenti e l’elevato debito globale è stato citato come il più probabile elemento scatenante della prossima recessione.
A questo proposito gli intervistati hanno in prevalenza espresso preoccupazione per gli elevati livelli di indebitamento, in particolare di quello governativo, ritenendo che un contesto di aumento dei tassi d’interesse sia destinato ad avere un impatto significativo sugli oneri finanziari e sui tassi d’insolvenza. Tra le altre fonti di potenziali perturbazioni figura una crisi dei mercati emergenti (il rischio più elevato per il 15% degli investitori), seguita da una bolla del debito in Cina (13%).
Sulla scia del crescente nervosismo circa la fine del ciclo economico, sono emerse alcune preoccupazioni per la possibilità di rilevanti inversioni di rotta dei mercati, le quali sembrano comunque tendenzialmente più rivolte ai mercati azionari che obbligazionari.
Di contro le allocazioni a obbligazioni cinesi beneficiano del fatto che gli investitori prendono progressivamente atto di problemi geopolitici e guerre commerciali alla ricerca di rendimento e diversificazione. Un terzo (32%) degli investitori obbligazionari di tutto il mondo – in particolare in Nord America (58%) – intende aumentare le allocazioni alla Cina nei prossimi tre anni.
“Sebbene la convinzione relativamente diffusa lo scorso anno di uno scenario di “nuova normalizzazione” sia stata ampiamente superata, gli investitori manifestano ora un’incertezza via via maggiore a causa del crescente elenco di potenziali rischi, a livello geopolitico e dei mercati. Di conseguenza gli investitori obbligazionari stanno attivamente riposizionando i portafogli per affrontare meglio una serie di situazioni”, conclude Tolchard.