Cina, balzo record del Pil. “Solo il Guangdong vale quasi quanto l’Italia”
Nel primo trimestre il dato migliore da 30 anni, anche se sotto le attese: +18%. Il confronto però è con il tonfo del 2020. E Jupiter Am mette in guardia gli investitori
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La pandemia accelera il trend di trasformazione della Cina da fabbrica di prodotti materiali a esportatrice di servizi, uno status che le può permettere di schivare l’ondata di inflazione che sta invece portando preoccupazione nel mondo Occidentale.
Secondo l’economista di Capital Group Stephen Green, quest’anno il pil cinese potrebbe facilmente superare una crescita del 6%, grazie soprattutto al confronto con un 2020 debole, e nei prossimi anni si attesterà in un intervallo compreso tra il 5 e il 6% sotto la spinta crescente del settore dei servizi che già dal 2015 ha superato, per peso relativo sull’economia, quello della produzione industriale.
Con un’economia più orientata al terziario, il paese potrebbe permettersi di trascurare i dati sull’inflazione, che questa settimana confermano l’aumento dei prezzi al consumo (+0,9% ad aprile) e soprattutto alla produzione (+6,8% lo scorso mese, il rialzo più forte dall’ottobre del 2017).
Ecco perché il governo centrale di Pechino sta ritirando gli stimoli monetari per gestire un “raffreddamento” del ciclo e proseguire la politica di controllo del credito nei segmenti più speculativi dell’economia.
“L’economia cinese è maturata molto negli ultimi 5-10 anni, con una transizione da un’economia basata sulla produzione a una fondata sui servizi”, spiega Christopher Thomsen, gestore di portafogli azionari di Capital Group.
Secondo gli esperti questo approccio strategico potrà aiutare il paese ad affrontare con successo le tensioni commerciali e le difficoltà interne nel breve periodo. “Abbiamo visto la Cina evolvere – aggiunge il money manager – passando da un modello fondato sulle imprese manifatturiere e a controllo statale a un’economia moderna trainata da tecnologia, innovazione e una classe media in ascesa”.
Se un tempo, sostiene Thomsen, le società cinesi erano fortemente influenzate dal mondo occidentale e c’erano quindi il “Google” e l’“Amazon” della Cina, oggi invece “aziende come Tencent e Alibaba si sono evolute creando piattaforme estremamente sofisticate, le cui funzionalità sotto molti aspetti superano le controparti occidentali. Stanno emergendo nuove realtà attive nei settori e-commerce, fintech, acquisti di gruppo e cortometraggi. In questi sottosegmenti, si sono recentemente affacciate al mercato numerose aziende di terza generazione, con un potenziale di crescita straordinario”.
Un settore in cui Capital Group ha maturato una view diversa rispetto ai concorrenti è quello sanitario. La Cina ha investito ingenti somme per lo sviluppo dell’industria sanitaria e farmaceutica e abbiamo individuato opportunità nei settori biotecnologico, ospedaliero, dei dispositivi medici e delle aziende che operano lungo l’intero ciclo di vita dei farmaci, dalla ricerca alla produzione.
Ma non solo. Per esporsi alla crescita del mercato cinese ci si può orientare, dicono gli esperti, anche verso società multinazionali con una grossa fetta di business in oriente, specialmente nei settori dei beni di lusso e di marca, che vantano un’ampia base di consumatori in Cina ma non dispongono ancora di equivalenti domestici. “Società come LVMH e Nike rientrano in questa categoria”, dice Thomsen.
I gestori sono più cauti, invece, quando si parla di imprese controllate dallo stato. “Le evitiamo – spiegano – cerchiamo quelle a gestione imprenditoriale, che generano guadagni e sono disposte a distribuirli tra gli azionisti”. Ma anche il settore immobiliare presenta elementi da attenzionare.
“Un fattore di rischio che dovrà essere monitorato è il livello di indebitamento delle società immobiliari cinesi, che nel 2021 dovranno rimborsare 53 miliardi di dollari di debito offshore, in salita rispetto ai 25 miliardi del 2020”, analizzano. “Questo potrebbe creare una situazione complicata a livello di rifinanziamento. Vale comunque la pena rilevare che il debito locale e corporate, in una certa misura, è sempre stato un problema per la Cina”.
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