Chi soffre di più il rialzo dei tassi USA
Non sono solo gli investitori in fondi obbligazionari a dover temere le strette monetarie. Tutte le strategie a bassa volatilità possono essere penalizzate.
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Tra petrolio, commodity in generale e Trump, l’inflazione diventa protagonista sui mercati finanziari. Un fenomeno non solo a stelle e strisce, ma anche europeo. Come confermano gli ultimi dati diffusi da Eurostat, che a gennaio mostrano un balzo tendenziale dell’indice dei prezzi al consumo all’1,8% (a dicembre 2016, la variazione anno su anno era dell’1,14%). In particolare, guardando ai singoli Paesi, l’inflazione maggiore è in Belgio (+1,9%), davanti a Lettonia e Spagna (+2,9%), mentre Germania e Francia hanno fatto registrare rispettivamente un +1,9% e un +1,6 per cento.
Di fronte a questi numeri, l’opinione si divide: c’è chi ritiene che si tratti solo di una fiammata temporanea e chi, invece, è convinto che i prezzi al consumo continueranno a salire, sfondando la soglia del 2 per cento. Ad ogni modo, gli effetti sui mercati sono palpabili, con i prezzi delle obbligazioni che soffrono. Ma se da lato i prezzi dei bond accusano i contraccolpi di questa fiammata dell’inflazione (per fare un esempio, il rendimento del decennale belga è arrivato a toccare un massimo a inizio febbraio all’1%, contro i minimi di settembre 2016 a 0,096), dall’altro alcuni gestori sono pronti a scommettere su un aumento degli utili in Europa e quindi su una buona performance dell’equity.
Fiammata temporanea o trend duraturo?
“Le dinamiche sottostanti l’economia dell’area euro sono diverse rispetto a Usa e Gran Bretagna – sostiene Kenneth Orchard, portfolio manager, European Fixed Income di T. Rowe Price – Con un tasso di disoccupazione vicino al 10%, la stasi dell’economia dell’Eurozona è maggiore. La pressione sui prezzi reali dovrebbe quindi rimanere bassa e l’aumento dell’inflazione visto negli ultimi mesi, soprattutto per effetto della ripresa dei prezzi petroliferi, dovrebbe essere temporaneo. La Bce, dunque, probabilmente guarderà oltre l’aumento dell’indice dei prezzi al consumo, in quanto l’impatto dell’energia scemerà nella seconda metà dell’anno – puntualizza – L’inflazione core è rimasta bloccata sotto l’1% per quasi quattro anni e la possibilità di un sostenuto movimento rialzista nei prossimi 12 mesi sono basse”.
Di opinione opposta, invece, Dylan Ball, executive vice president di Templeton Global Equity Group, secondo cui sono diversi i fattori che giocano a favore di un periodo duraturo d’inflazione più elevata in tutta Europa: “Il nostro caso base prefigura prezzi di petrolio e commodity più elevati, in quanto riteniamo che nel secondo o terzo trimestre del 2016 i prezzi d’importanti materie prime abbiano evidenziato segnali di ripresa dal minimo. Certo, non abbiamo una sfera di cristallo, ma le nostre ricerche e i nostri calcoli indicano che la domanda globale di petrolio potrebbe sostenere un prezzo superiore ai recenti 55 dollari statunitensi al barile. Dopo tutto – fa notare – la domanda di petrolio continua ad aumentare al ritmo dell’1%-2% annuo in tutto il mondo. Se da un lato un incremento del numero dei pozzi di petrolio negli Stati Uniti può in qualche modo soddisfare la crescita della domanda, dall’altro i membri dell’Organizzazione dei paesi esportatori di petrolio (OPEC) sembrano disposti a limitare la produzione allo scopo di sospingere al rialzo i prezzi del petrolio”.
Allo stesso tempo, l’esperto di Franklin Templeton evidenzia alcuni segnali che mostrano come in Europa il dibattito sugli stimoli si sta spostando dalla politica monetaria a quella fiscale: “Alcuni hanno suggerito che qualora il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, dovesse intraprendere la strada della leva fiscale, dando inizio a spese e costruzioni, certi Paesi europei, per esempio la Germania, potrebbero prendere in considerazioni misure analoghe”.
Intanto gli utili festeggiano
Tra gli utili europei e quelli statunitensi persiste ostinatamente un divario che da molti anni non viene colmato. Gli utili europei al momento rimangono a livelli inferiori del 60% ad alcuni picchi toccati nel periodo 2008/2009, mentre gli utili statunitensi sono del 10% superiori ai livelli di otto-nove anni fa. Gli osservatori hanno imputato questa discrepanza a varie ragioni, tra cui la tesi che il tipo di politica monetaria perseguita dalla Banca centrale europea non possa funzionare efficacemente senza un’unione fiscale.
Un’altra ipotesi è l’impatto positivo esercitato sugli utili dai riacquisti di azioni proprie negli Stati Uniti, dove il regime fiscale è tradizionalmente favorevole a tali misure. “A nostro avviso – aggiunge Ball – la ragione fondamentale per cui gli utili europei continuano a restare inferiori a quelli statunitensi è che i margini di utile in Europa non hanno ancora messo a segno il recupero auspicato. Per gli osservatori, potrebbe essere facile affermare che i mercati del lavoro europei non siano competitivi come quelli statunitensi e che non possano rispondere altrettanto agilmente ad una diminuzione della domanda. Riteniamo tuttavia che le cose non stiano così; i costi del lavoro in Europa si sono dimostrati molto competitivi. Pensiamo, quindi, che il problema sottostante sia a livello di determinazione dei prezzi. Le società europee tendono a muoversi in funzione dei prezzi. Quando l’inflazione scende, le imprese europee tendono a tagliare i prezzi in modo da competere con quelle statunitensi ed asiatiche, mentre quando l’inflazione risale, tendono ad aumentarli. Di conseguenza – conclude – quando le società europee cominceranno a reagir all’aumento dell’inflazione, allora vedremo annullarsi quel gap oggi esistente tra gli utili Usa e Ue”.
