Per i gestori esteri aumentano le possibilità di ampliare il business dei fondi nell’ex Impero Celeste
Xiaofeng Zhong, Chairman di Amundi Greater China
Con un tasso di risparmio privato fra i più alti al mondo la Cina attrae i grandi nomi dell’asset management globale che vogliono arrivare a servire quella fascia di popolazione che nel prossimo decennio deve decidere in che modo investire le proprie ricchezze.
“L’Asia è il secondo mercato interno di Amundi”, racconta a FocusRisparmio Xiaofeng Zhong, Chairman di Amundi Greater China. L’asset manager transalpino è stato fra i primi del settore ad arrivare in Cina attraverso un approccio basato sulla partnership con realtà locali e oggi può puntare a target ambiziosi per il suo futuro: “Puntiamo a masse gestite pari a 500 miliardi di euro entro il 2025, di cui 250 miliardi potrebbero provenire dalla Grande Cina”.
Secondo alcune ricerche, citate da Zhong, gli asset investibili dei privati o dei singoli individui (depositi, fondi, azioni, contanti, assicurazioni) si attesteranno a quasi due volte il Pil della Cina, ossia 200.000 miliardi di renminbi (Rmb) nel 2021.
“In questo portafoglio, contanti e depositi rappresentano il 58%, mentre gli investimenti in azioni, fondi e assicurazioni rappresentano il 42%, contro l’88% negli Stati Uniti. Poiché gli asset investibili dei privati crescono ad un Cagr di oltre il 10%, con una crescente penetrazione dei prodotti finanziari, il potenziale di business per un asset manager globale è davvero enorme”, sostiene il manager di Amundi in questa intervista dove racconta a FocusRisparmio i piani della società per crescere in Cina.
La Cina sembra uscire rafforzata dalla crisi globale derivata dalla diffusione del coronavirus. Come lo spiegate?
La crisi globale derivante dal Covid-19 è un momento chiave nella manifestazione e accelerazione delle tendenze osservate da decenni che indicano l’ascesa della Cina e lo spostamento verso oriente del centro di gravità. E’ un percorso fatto di tante tappe: dopo l’apertura e la riforma della Cina, iniziate nel 1978, ci sono stati momenti critici simili a questo, come la crisi finanziaria asiatica affrontata dalla Cina nel 1997, la sua adesione alla World Trade Organization nel 2001, la prima battaglia contro la crisi innescata dal coronavirus nel 2003, il suo rimanere risoluta e pronta a fronteggiare lo tsunami finanziario globale provocato dalla crisi dei subprime del 2008 e dalla successiva crisi del debito sovrano europeo del 2010. Ogni volta la Cina è emersa più forte da queste crisi e le ultime sono state la crisi del mercato dei capitali del 2015 e il Covid-19. Quest’ultima è una pietra miliare significativa, poiché la Cina dimostra ora per la prima volta la sua grande capacità nel tenere sotto controllo i problemi legati alla sanità pubblica.
Quali saranno le leve economiche su cui Pechino punterà per la crescita futura? Saranno in grado di replicare i tassi di crescita del pil visti nel passato?
La Cina ha appena annunciato un obiettivo di crescita del pil del 6% per il 2021, che sarà raggiunto facilmente visto che il 2020 costituisce un punto di partenza più basso. L’urbanizzazione, i consumi interni e i motori tradizionali, esportazioni e investimenti, continueranno ad alimentare la crescita. Ma il 6% rimane probabilmente la nuova normalità in quanto il governo cinese non sta cercando una crescita surriscaldata, ma perseguirà invece una riforma strutturale e una crescita di qualità e sostenibile. L’impegno della Cina di essere Carbon Neutral entro il 2060 è un obiettivo solenne che guiderà la strategia di crescita e la politica economica.
Quest’ultimo obiettivo è stato rinnovato nel corso dell’ultimo simposio di Davos dal presidente Xi Jinping. È veramente un obiettivo alla portata di un paese che ad oggi è il primo importatore di petrolio al mondo?
È davvero un impegno enorme. Il Green, che è stata una parola guida della politica nello scorso 13° piano quinquennale, è in evidenza e ha delle importanti ricadute nel 14° piano quinquennale. Sotto la guida del Presidente Xi Jinping abbiamo assistito all’adozione di misure e azioni concrete, decisive ed efficaci per affrontare le questioni ambientali. Dal 2012, la Cina ha fatto enormi progressi su questo fronte.
Per quanto riguardo l’azionario il peso della Cina negli indici globali è aumentato notevolmente nell’ultimo decennio. Pensate possa arrivare a raggiungere i livelli dell’azionario Usa?
In effetti Il peso della Cina negli indici globali è aumentato rapidamente negli ultimi anni grazie al maggior accesso al suo mercato e continuerà a farlo, dal momento che c’è ancora uno scarto tra il peso della Cina nei mercati finanziari e il suo contributo al pil mondiale, a maggior ragione dopo la pandemia. La Cina ha già raggiunto alla fine dello scorso anno il livello di pil pre-pandemico e dovrebbe continuare la sua traiettoria di crescita più rapida. I recenti sforzi da parte della Cina nell’aprire progressivamente i propri mercati finanziari attraverso programmi di connessione o riducendo i limiti alle quote stanno indirizzando forti afflussi di capitale estero verso il paese. Ma migliorare l’accessibilità del mercato cinese – attraverso la disponibilità di strumenti derivati, l’adeguatezza del ciclo di regolamento delle operazioni (cd. settlement), l’allineamento su ampi meccanismi di negoziazione, la percentuale di flottante – è una condizione sine qua non per consentire l’inclusione progressiva negli indici e sbloccare maggiori flussi esteri. Un punto da tenere a mente è che le società cinesi sono ben lontane dal raccogliere capitali esclusivamente dalla Cina, ma hanno invece utilizzato in gran parte le emissioni di debito in valuta forte, le quotazioni secondarie e le ricevute di deposito in mercati che presentavano una maggiore profondità di capitale per gli investitori. Passo dopo passo e in linea con l’apertura degli indici cinesi, queste aziende si stanno ora trasferendo più vicino al loro paese d’origine, puntando sullo sviluppo della Greater Bay Area e sul suo ampio insieme di investitori, oltre ad alleggerire il premio per il rischio geopolitico che hanno affrontato di recente per essere quotati negli Stati Uniti. In conclusione, non prevediamo che il peso della Cina si avvicinerà a quello degli Stati Uniti nei prossimi anni ma nel prossimo decennio la Cina potrebbe avere un peso rilevante negli indici dei mercati emergenti quanto quello degli Stati Uniti negli indici dei paesi sviluppati, in linea con l’ulteriore miglioramento della sua accessibilità, degli standard di mercato e della liquidità.
Per un investitore europeo, quale può essere il ruolo delle asset class cinesi in un portafoglio diversificato?
Consigliamo agli investitori di adottare un approccio più completo e sistematico per investire in Cina. L’economia della Cina è destinata a sorpassare gli Stati Uniti entro il 2030, e l’economia del paese sta attraversando una trasformazione strutturale per essere maggiormente trainata dai consumi e dall’innovazione. Il mercato cinese dei capitali è semplicemente troppo grande per essere ignorato dato che è già il secondo più grande a livello globale. Come già detto, gli investitori hanno affrontato alcuni ostacoli per accedere a questo mercato ma, grazie ai vari programmi, le strade ora sono aperte per cogliere le opportunità offerte dalla profondità e dalla varietà delle aziende cinesi. Da un punto di vista azionario, la riforma del regolamento di quotazione adottata nel HKEX dal 2018 l’ha già trasformato nel Nasdaq cinese con la quotazione sul secondario degli ADR statunitensi dei giganti di internet e delle aziende biotech in fase “pre-revenue”. Il mercato Star avviato nel luglio 2019 ha portato anche ad oltre 200 IPO nell’ambito dell’IT sia hardware che software, dei nuovi tipi di energia e di materiali e dell’area sanitaria. A ciò è seguita nell’agosto 2020 una riforma simile dell’Ipo nel consiglio di amministrazione di Chinext, che è tradizionalmente la destinazione della quotazione delle aziende innovative nell’elettronica di consumo, nella produzione di alta gamma e nell’automazione industriale. Molti temi strutturali di lungo periodo sono attualmente ben rappresentati nelle azioni cinesi.
E nel reddito fisso?
Nell’universo del reddito fisso, gli indici globali includono titoli di stato cinesi e titoli obbligazionari emessi dalle policy banks, a causa di problemi di liquidità e qualità nel resto del mercato. È vero che i rating assegnati dalle agenzie di rating cinesi sono stati a lungo motivo di sfiducia per gli investitori internazionali, ma la copertura sta migliorando da quando le agenzie di rating internazionali hanno ottenuto l’approvazione dalle autorità cinesi per valutare gli strumenti di debito locali. La partecipazione di investitori stranieri nel mercato obbligazionario locale cinese sta rapidamente aumentando da un livello molto basso in quanto la Cina sta mostrando cicli economici e monetari relativamente eccezionali ed è stata resiliente di fronte all’importante aumento dei rendimenti dei titoli governativi nelle ultime settimane. A nostro avviso, l’inclusione dei titoli di Stato cinesi dovrebbe aggiungere ulteriore rendimento e diversificazione ai portafogli obbligazionari globali. Saremmo più ottimisti sul debito societario denominato in RMB in quanto i costi delle transazioni e la disponibilità di strumenti derivati per coprire adeguatamente i rischi di tasso di interesse o di beta sono fondamentali per promuovere una crescente allocazione nei portafogli globali.
Per quanto concerne la costruzione di portafoglio, integreremmo un’allocazione tradizionale alle azioni dei mercati emergenti con un’allocazione separata per le A-share per sfruttare appieno le opportunità locali. La Cina è un mercato in cui i gestori attivi sembrano avere maggiori potenzialità per aggiungere valore in quanto il mercato non è ancora efficiente. Pertanto, l’integrazione di strategie attive onshore in un portafoglio diversificato ha più senso rispondendo al tempo stesso alle esigenze dei clienti istituzionali in termini di tracking error, fatturato e quadro di rischio. In sintesi, riteniamo che gli investitori dovrebbero aumentare la loro partecipazione in asset cinesi nel portafoglio globale, includendo asset denominati in euro per conseguire vantaggi di diversificazione, carry e correzione del rischio.
L’industria dell’asset management è paragonabile alla manifattura dagli anni ’70 in poi. “Pechino ha bisogno di know-how per gestire il risparmio privato dei cittadini. Le società occidentali fanno a gara per arrivare prima”
Oliver Wyman calcola che in Cina le masse gestite dall’industria saliranno a 90mila mld di yuan nel 2023. “Il tasso di risparmio è il terzo più alto al mondo, superiore a Usa, Giappone e Ue”, spiega un gestore
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