Per Pramerica l’ipotesi più probabile è un’intesa nel secondo trimestre. Nel frattempo le due parti continueranno a negoziare, con un tono delle discussioni abbastanza costruttivo
Nathan Sheets, chief economist di Pgim Fixed Income e gestore delegato di Pramerica Sgr
Dopo mesi di incertezza sulla guerra commerciale tra Usa e Cina, le negoziazioni tra i due Paesi sembrano marciare nella direzione giusta. Restano aperte tuttavia diverse ipotesi per gli sviluppi della questione. “La buona notizia è che lo scenario più probabile, dal nostro punto di vista, è quello di un eventuale accordo, più verosimilmente nel secondo semestre dell’anno”, commenta Nathan Sheets, chief economist di Pgim Fixed Income e gestore delegato di Pramerica Sgr, secondo il quale i principali scenari sono quattro.
Il primo è quello della “de-escalation”, con un accordo raggiunto in primavera. Certo, “per raggiungere un’intesa in tempi così rapidi, le negoziazioni avrebbero bisogno di acquisire consistenza rapidamente, elemento possibile dato che la Cina desidera eliminare le incertezze legate ai conflitti commerciali, e l’obiettivo dell’amministrazione Trump è di andare alla ricerca di buone notizie per sostenere i prezzi azionari e la fiducia dei consumatori”, argomenta l’esperto.
Ma alla luce delle tante questioni in gioco per Sheets è più probabile un secondo scenario, quello della “soft de-escalation”, con un accordo raggiunto in estate, o più probabilmente in autunno. Nel frattempo le due parti continuerebbero a negoziare, con un tono delle discussioni abbastanza costruttivo in linea generale, per arrivare a un accordo che includa anche passi in avanti in termini di bilancia commerciale, proprietà intellettuale e poche altre tematiche.
Il terzo scenario è quello di un rallentamento, in cui le negoziazioni andrebbero avanti ma senza giungere a una conclusione. Esito poco probabile, a detta di Sheets. L’ultimo scenario, il peggiore, è quello di un’escalation, con il naufragio dei negoziati e un ampliamento dei dazi nei confronti di Pechino. Perché magari la recente performance dei mercati potrebbe indurre l’amministrazione Usa a vedere spazio per un ulteriore confronto, o perché l’offerta della Cina potrebbe deludere le attese di Trump. “Crediamo che i rischi per l’economia statunitense e per i mercati, compresi quelli di un ulteriore effetto negativo sulla crescita cinese, rendano un approccio di tal tipo relativamente poco attraente per la Casa Bianca”, commenta Sheets, convinto che, al di là della conclusione del dossier cinese, esiste comunque la possibilità che Trump adotti un atteggiamento protezionistico con altri Paesi.
Ottimista sul raggiungimento di un accordo è anche Lombard Odier Im, secondo cui il rinvio della scadenza del primo marzo (alla quale era previsto un aumento dei dazi su beni cinesi per 200 miliardi di dollari) comporta “la probabilità di ulteriori progressi sostanziali dopo il previsto incontro tra il presidente Trump e il presidente cinese Xi Jinping nella seconda metà di marzo in Florida”. Certo, le questioni sul tavolo sono complesse. Ma ci sono due importanti fattori che incentiveranno le parti a raggiungere un accordo: per la Cina, il fatto che la guerra commerciale con gli Stati Uniti ha inflitto gravi danni alla crescita, evidenziando la dipendenza del modello economico dal commercio. Mentre gli Usa hanno bisogno di una narrazione rassicurante riguardo alle ambizioni della Cina sulla sicurezza, e devono quindi chiudere rapidamente il dossier in vista delle elezioni presidenziali dell’anno prossimo.
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