Italia, peggio del previsto: Pil giù del 12,8% nel II trimestre
La stima preliminare era -12,4%: a rischio gli obiettivi 2020. Berlino fa meglio, peggio Francia e Spagna. Quarto mese in calo per l’inflazione. “In fumo 116 miliardi di consumi”
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Il Pil del 2020 non riuscirà a contenere il calo entro l’8%, come previsto dal governo in aprile, ma non crollerà neppure del 13% come stimato da altre istituzioni. Il ministro dell’Economia, Roberto Gualtieri, continua a mostrarsi ottimista, nonostante la revisione al ribasso della crescita del secondo trimestre arrivata dall’Istat due giorni fa, e ribadisce che tutti gli indicatori economici fanno presagire un forte rimbalzo nel periodo luglio-settembre. E poi il titolare di via XX Settembre guarda già alle risorse del Recovery Fund, anche se si schiera con il commissario Paolo Gentiloni e avverte che i soldi Ue non saranno usati per tagliare le tasse.
“Nel terzo trimestre dell’anno stimiamo un forte rimbalzo del Pil, ci sono molto indicatori che lo dicono e quello dell’occupazione si aggiunge. C’è stato il sentiment positivo delle imprese sugli ordinativi nei quali l’Italia, cosa rarissima, è stata la prima”, ha detto il ministro, spiegando che i sui dati negativi del secondo trimestre pesa il crollo di aprile, ma che poi a maggio e giugno la produzione industriale ha segnato una ripresa, e sottolineando l’aumento degli occupati e delle persone attive annunciato ieri.
La stima annuale del Pil diffusa in precedenza dal governo “è stata fatta quando non si sapeva quanto sarebbe durato il lockdown: la nuova stima sarà peggio del -8% stimato, ma non così tanto – ha sottolineato -. Tutti i previsori che indicavano -11, -12, -13% dicono che l’Italia sta facendo meglio di quanto da loro previsto”. Naturalmente, perché la ripresa sia vigorosa e duratura è necessario che non vi sia un’altra ondata di contagi e che le risorse in arrivo dall’Ue siano usate bene (a Gualtieri non dispiacerebbe neppure il Mes: è “uno strumento utile” e il governo “deciderà al momento opportuno”, ha chairito).
Proprio sul Recovery Fund, l’esponente Pd ha fatto un importante distinguo. “Gentiloni ha ragione: la riduzione fiscale la vogliamo realizzare con la riforma fiscale – ha avvertito -. È una riforma importante, ha un costo a regime e quindi non può essere finanziata con risorse temporanee” come sono quelle europee. Si dovrà autofinanziare attraverso un contrasto ancora più forte all’evasione fiscale e la razionalizzare i meccanismi di esenzione.
Il ministro ha inoltre confermato che non ci sarà alcun anticipo di fondi nel 2020, ma che i soldi arriveranno concretamente nei primi mesi del 2021. Per questo “vogliamo avere già ad ottobre le linee di fondo del Recovery Plan, in modo da interloquire subito con la Commissione Ue”, ha assicurato. “La vera sfida adesso è il rilancio dell’economia” che consiste nell’”usare bene le risorse europee per cambiare il Paese”, ha concluso.
Che il Recovery Fund non sia la bacchetta magica in grado di sostenere da solo la crescita di lungo termine o di far scomparire il macigno del debito che opprime i Paesi dell’Europa periferica ne è convinto anche Tomasz Wiedadek, International Economist di T. Rowe Price. “Sebbene le sovvenzioni saranno legate alle riforme macroeconomiche in principio, non è chiaro se tali riforme saranno sufficientemente ambiziose per aiutare i Paesi a generare un potenziale di crescita di lungo termine più elevato – avverte l’esperto -. All’opposto, l’implementazione delle riforme potrebbe peggiorare la situazione nel breve periodo”.
Non solo. Per Wiedadek, visto che idealmente i capitali saranno dispiegati oggi a fronte della promessa credibile di attuare delle riforme fra cinque anni, qualsiasi promessa rischia di mancare di credibilità dato che è difficile per i governi di oggi stabilire cosa faranno quelli futuri. “Attuare con successo delle riforme macro è problematico per le economie del Sud Europa, poiché l’unico modo che hanno per ridurre in modo sostenibile il debito pubblico a cui vanno incontro è non generarlo affatto”, spiega.
Il debito, appunto, la cui sostenibilità resterà ancora una sfida chiave. “Nel complesso, l’accordo sul Recovery Fund dell’Ue, con alcuni Stati che trarranno benefici superiori rispetto a ciò che dovranno rimborsare, crea un precedente per i trasferimenti fiscali, in grado di aiutare a ridurre gli shock economici. Questo è dunque un primo passo importante verso l’unione fiscale – conclude l’economista di T. Rowe Price -. Tuttavia, l’unico modo sostenibile per i Paesi periferici di superare il peso del debito pubblico è tramite una maggiore crescita di lungo termine. Sebbene i piani sulla ripresa a cui saranno legate le sovvenzioni non siano ancora stati presentati, è improbabile che le riforme macro saranno sufficientemente ambiziose da contribuire alla crescita di più lungo termine. La sostenibilità del debito pubblico nel medio periodo continuerà ad essere quindi una sfida chiave per questi Paesi”.
