Inflazione Usa ai massimi dal 1982. Ma i mercati si fidano di Powell
A dicembre l’indice dei prezzi è salito dello 0,5% mensile e del 7% su base annuale, in linea con il consensus. Borse positive dopo le parole del capo della Fed
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Almeno quattro rialzi, a partire da marzo. Ormai i mercati sembrano avere pochi dubbi e scommettono decisi su un’azione forte della Federal Reserve sui tassi di interesse. La riunione del Fomc, che prederà il via martedì e terminerà il giorno successivo, è l’avvenimento clou della settimana e i timori di una stretta stanno pesando ormai da giorni sui listini.
Venerdì Wall Street ha chiuso la sua settimana più nera da marzo 2020, con il Nasdaq Composite che ha perso in cinque sedute il 7,6%. L’indice tech sta vivendo il peggior inizio d’anno dal 2008. Non è andata meglio a Dow Jones e S&P 500, che hanno concluso la terza settimana consecutiva in rosso, la peggiore dal 2020. Il primo ha ceduto complessivamente il 4,6%, mentre l’S&P 500 ha lasciato sul terreno il 5,7%. Gli investitori sono spaventati dall’inflazione ai massimi da 40 anni, dalla diffusione di Omicron e, appunto, dalla svolta hawkish della Fed.
Negli ultimi giorni il presidente, Jerome Powell, ha cercato di rassicurare sul fatto che la banca centrale Usa è perfettamente in grado di frenare l’aumento dei prezzi senza danneggiare l’economia. Ma venerdì la direttrice del Fondo monetario internazionale, Kristalina Georgieva, ha avvertito che l’aumento dei tassi d’interesse può rivelarsi una “doccia gelata” andando a “raffreddare” la già debole ripresa economica di alcuni Paesi. Per Georgieva, è quindi “estremamente importante” che la Fed comunichi chiaramente i suoi piani di politica monetaria evitando sorprese.
Dunque ciò che i mercati si aspettano mercoledì dal Fomc è soprattutto chiarezza sulla tabella di marcia che si intende seguire. Anche se, a dire il vero, hanno già le idee piuttosto chiare. In Goldmans Sachs, ad esempio, hanno rivisto al rialzo le previsioni e ora stimano che nel corso del 2022 la Fed possa ritoccare all’insù i tassi sui fed funds più di quattro volte. “Il nostro scenario di base è di quattro strette nei mesi di marzo, giugno, settembre e dicembre – ha scritto l’economista della banca David Mericle -. Ma intravediamo il rischio che il Fomc decida di agire in senso restrittivo in ognuno dei meeting in programma, fino a quando il quadro dell’inflazione non cambierà”.
Dello stesso parere anche la Direzione Studi e Ricerche di Intesa Sanpaolo, secondo cui la riunione del Fomc di gennaio dovrebbe “preparare l’avvio dei rialzi a marzo, ormai segnalato esplicitamente dal Comitato nei discorsi delle ultime settimane”. Per gli esperti dell’istituto italiano, da comunicato e conferenza stampa di fine meeting dovrebbero arrivare indicazioni coerenti con un “rialzo imminente, segnalando che le condizioni per la svolta dei tassi sono ormai praticamente raggiunte per la massima occupazione e superate per la stabilità dei prezzi”.
“In questo contesto – si legge nel report -, il quadro economico sarebbe, a nostro avviso, in contrasto con un ulteriore aumento dello stimolo monetario. Pertanto, il Fomc potrebbe decidere di accelerare ulteriormente il ritmo del tapering che, in base delle indicazioni vigenti, a gennaio prevede una riduzione degli acquisti mensili di 20 mld per i Treasury e 10 mld per i Mortgage Backed Securities”.
La previsione di Intesa Sanpaolo è quindi di quattro rialzi quest’anno e di altri quattro nel 2023, con un punto di arrivo almeno intorno a 2,25%. I rischi sono “verso l’alto, con un sentiero potenzialmente più ripido nel 2022. Ora la Fed parla di “normalizzazione” della politica monetaria, ma l’evoluzione dei dati potrebbe richiedere effettiva, se pure temporanea, restrizione”, avvertono gli esperti.
La danza dei tassi Usa si aprirà a marzo anche per Paolo Zanghieri, senior economist di Generali Investments. “Senza un rapido calo dell’inflazione in primavera, sarà necessaria una combinazione di quattro rialzi dei tassi e l’inizio di un inasprimento quantitativo, ovvero la riduzione delle posizioni obbligazionarie. Di conseguenza, ci aspettiamo che Powell suggerisca con forza che il primo rialzo dei tassi avverrà già a marzo”, afferma Zanghieri.
Per l’economista solo dati pessimi sul mercato del lavoro di gennaio o un inasprimento sorprendentemente rapido e consistente delle condizioni finanziarie nella prossima settimana potrebbero portare la Fed a ritardare.
Quanto invece all’ipotesi sostenuta da alcuni di un intervento più deciso, ovvero di un aumento di 50 punti base volto a dimostrare una forte determinazione a combattere l’inflazione, Zanghieri tende ad escludere l’eventualità. “Riteniamo altamente improbabile tale scenario, poiché l’aumento dei tassi al ritmo prevedibile di 25 punti base consente alla Fed la flessibilità di cui ha bisogno date le incerte prospettive economiche. Inoltre, un forte aumento dei tassi ufficiali potrebbe portare a un indesiderato inasprimento delle condizioni finanziarie”, conclude.
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