La Cina brilla, ma senza indebitamento
Il Csi 300 (Borse di Shanghai e Shenzhen) ha segnato +40% da inizio anno e l’economia si è ripresa grazie alle politiche monetarie e fiscali espansive. Ma i rischi (di lungo periodo) non mancano
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Mentre le elezioni europee si avvicinano, gli addetti ai lavori cercano di fare il punto sulle prospettive di crescita per il Vecchio continente, su cui pesano il rallentamento della locomotiva tedesca e le incognite commerciali all’esterno. “La frustrazione degli investitori che non riescono a prevedere l’andamento dell’economia europea nasce da due difficoltà”, commenta Didier Saint-Georges, managing director e membro del comitato investimenti di Carmignac. La prima è che l’economia europea è estremamente aperta verso l’esterno, visto che gli scambi di beni tra l’Unione europea e il resto del mondo rappresentano circa il 15% del commercio mondiale e circa il 20% del Pil comunitario proviene dalle esportazioni al di fuori dell’Unione. La seconda difficoltà deriva dal fatto che la Cina è il secondo maggiore partner commerciale dell’Ue, subito dopo gli Stati Uniti.
“Ma riuscire a decifrare la reale dinamica economica cinese è oltremodo difficile. Secondo le statistiche ufficiali, la crescita economica cinese si attesterebbe stabilmente intorno al 6,4% da quattro anni. In realtà non è così e l’analisi dei dati incrociati con le statistiche economiche, più trasparenti, dei partner commerciali rivela invece che la Cina ha subito un netto rallentamento nel 2015, seguito da una vivace ripresa nel 2016 e da una nuova frenata nel 2018”, argomenta Saint-Georges. Se si guarda tuttavia l’andamento del mercato azionario cinese, in crescita del 28% da inizio anno, si può immaginare che gli investitori locali siano più fiduciosi sulla stuazione domestica e che quindi la salute dell’economia cinese stia migliorando.
“Questo significa che si riprodurrà l’effetto trascinamento che ha sostenuto la ripresa europea nel 2016-2017? La risposta probabilmente è negativa”, dice Sait-Georges. Anche perché, osserva, la crescita economica cinese è stata trainata dalle esportazioni. Pertanto per ora “approfitta” della crescita mondiale più di quanto non vi contribuisca. “La locomotiva è più in affanno di quel che sembra”, aggiunge l’esperto, che nel 2019 non si aspetta una performance stellare dei titoli ciclici europei.
Ma gli esperti di Bmo Global Asset Management sono maggiormente fiduciosi. È vero che “sia la domanda interna che quella esterna si sono visibilmente indebolite in Europa mentre gli Stati Uniti mostrano ancora un passo migliore”, si legge in un report del team Emea Multi Asset di Bmo Global Asset Management. E a questo si aggiungono le pressioni politiche interne, una serie di dati economici non esaltanti nella regione, lo spettro di una giapponesizzazione (il passaggio a un contesto di prolungata bassa crescita e bassa inflazione, legati a politiche monetarie espansive).
Ma gli esperti di Emea sono ottimisti, in primo luogo perché il passaggio dagli stimoli monetari a quelli fiscali dovrebbe produrre un effetto positivo. Ma anche perché i numeri deboli della Germania, che spaventano gli investitori, sono legati al rallentamento dell’industria automobilistica tedesca, che dovrebbe presto invertire la rotta secondo il team di Bmo. “Anche l’industria farmaceutica tedesca così come l’industria chimica ha subito nella seconda metà del 2018 una pesante flessione, che molti hanno letto come sintomo di problemi alla base dell’economia locale; i motivi ci sono, ma sono tutti di carattere temporaneo, e i settori sono ora di nuovo in ripresa”, recita la nota, in cui gli esperti si dichiarano convinti che le attese negative per l’Europa siano eccessive e che nei prossimi trimestri dovremmo assistere a segnali incoraggianti dei dati europei.
