Cina, più difficile il supporto della domanda interna
Per gli esperti di Candriam si riduce lo spazio di manovra delle autorità di Pechino per nuovi interventi a supporto della domanda interna
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La Cina? È ancora un’economia a forte crescita e lo sarà per tutto il 2019. Nonostante il rallentamento della crescita del Pil, da un lato le politiche di sostegno condotte dalla banca centrale e dalle altre autorità, dall’altro la performance brillante delle Borse, indica che il Paese può ancora dare soddisfazioni agli investitori, con qualche rischio di lungo termine che comunque resta sul tappeto.
“Nell’ultimo anno le autorità locali hanno optato per un prudente allentamento delle loro politiche – dice Christophe Dumont, economist di Candriam – L’obiettivo è stabilizzare l’economia al fine di evitare tensioni sociali che inevitabilmente si scatenerebbero in caso di un aumento della disoccupazione. La strategia consiste nel procedere a piccoli passi, su tutti i fronti possibili: aumento della spesa per le infrastrutture, promozione del credito alle piccole imprese e a quelle attive nei settori ritenuti prioritari nell’Agenda 2025. In particolare, è previsto un supporto alla spesa dei consumi attraverso tagli alle imposte, riducendo le aliquote IVA e sostenendo gli acquisti di automobili nelle aree rurali”. Il compito delle autorità è tutt’altro che semplice e il margine di manovra per sostenere la domanda interna si sta riducendo, tuttavia “le misure attuate dalle autorità dovrebbero far sì che il tasso di crescita riprenda leggermente, attestandosi intorno al 6-6,5%”.

Le politiche di sostegno della Repubblica monetaria cinese coinvolgono anche la banca centrale. “All’Assemblea nazionale del popolo dello scorso marzo è stato riaffermato un piano di espansione monetaria quasi continuo e sono stati varati nuovi tagli alle imposte sulle imprese. Inoltre, le banche controllate dallo Stato hanno ricevuto un target di crescita per gli impieghi alle piccole imprese del 30% – aggiunge Matteo Ramenghi, chief investment officer Ubs Wm Italy – Queste politiche economiche hanno avuto l’indubbio merito di consentire una crescita formidabile negli ultimi decenni, promuovere la rapida conversione dell’economia cinese verso un modello più avanzato e costruire le infrastrutture che hanno permesso a milioni di persone di spostarsi dalle campagne alle città, divenendo importanti e sofisticati consumatori”.
E anche stavolta, sono servite: tanto che sul fronte dei mercati, come fa notare Ramenghi, “la Borsa cinese ha guidato il recupero dei mercati da inizio anno: l’indice Csi 300, che rappresenta i mercati di Shanghai e Shenzhen, ha registrato una performance di oltre il 40% anche grazie alle aspettative di un accordo commerciale con gli Stati Uniti. Il quadro economico è nel complesso positivo, anche se a lungo termine ci sono alcune aree di rischio”. E allora, vediamo anche dove si annida il rischio. Innanzitutto, vale la pena notare che la decelerazione dell’economia che si è manifestata in Europa è arrivata in misura minore anche in Cina, concretizzandosi in una minore domanda estera e in una contrazione degli investimenti.
A ben vedere, la pausa degli investimenti in capitale fisso sembra essere già finita. All’inizio dell’anno il tasso di crescita è tornato sopra il 6%, spinto dalle infrastrutture e dalle costruzioni. Gli investimenti nel manifatturiero sono rimasti invece deboli rispetto al recente passato, a testimoniare le difficoltà del settore industriale a livello globale in un clima d’incertezza politica internazionale. Dunque, l’indebitamento delle aziende cinesi, incluse quelle controllate dallo Stato, è salito a livelli occidentali e ben superiori alla gran parte dei Paesi emergenti. Questa tendenza non sembra arrestarsi e l’indebitamento del settore privato cinese cresce nuovamente intorno al 10%.
“Finché la crescita cinese resterà su livelli robusti l’elevato indebitamento delle imprese non si trasformerà in un problema per il settore bancario – conclude Ramenghi – Tuttavia, se in futuro la crescita cinese dovesse diminuire bruscamente, la situazione potrebbe rivelarsi complessa per le banche e magari spingere il governo e la banca centrale a svalutare il renminbi. Non si tratta di un rischio per quest’anno, anzi, nel breve prevalgono gli aspetti positivi e l’attesa sul raggiungimento di un accordo con gli Stati Uniti, ma è bene tenerlo presente per il futuro”.
