Caccia al rendimento con la tripla C
In uno scenario inflazionistico e con i tassi di default destinati a ridursi, i titoli high yield tornano interessanti. Ma gli esperti si dividono: il segmento resta fragile e non compensa adeguatamente i rischi
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Il tasso di default a 12 mesi delle aziende speculative-grade europee, quelle con rating BB, B, CC e C, potrebbe scendere al 3,25% entro giugno del prossimo anno, dal 4,7% del giugno scorso. È la previsione di S&P Global Ratings, che migliora il suo outlook sulle aziende “junk”, precisando che, in questo scenario di base appena 24 società andrebbero in fallimento.
La revisione delle previsioni arriva dopo che, lo scorso luglio, gli economisti dell’agenzia Usa hanno rivisto al rialzo le stime del Pil dell’Eurozona per quest’anno e per il prossimo, ponendo quindi le basi per il calo dei tassi di insolvenza tra i crediti speculative-grade.
Non solo: in uno scenario ottimistico, con i mercati ancor molto favorevoli a questi emittenti e con una domanda eccezionale di debito high yield, S&P prevede che il tasso di default scenderà al 2%, con 15 fallimenti; mentre in quello pessimistico, tra mutazioni del virus, passi falsi imprevisti della politica e inasprimento delle condizioni di finanziamento, la stima è che il tasso salga al 5,5%, con 42 default.
Per gli analisti americani, gli indicatori di breve termine suggeriscono un numero limitato di default di pagamento dal momento che le condizioni di credito rimangono favorevoli, si prevede una forte crescita economica fino al 2022 e la qualità del credito di grado speculativo si sta stabilizzando. Tuttavia, avvertono, la quota di emittenti con rating ‘B-‘ e inferiore è alta, visto l’aumento della leva finanziaria nel corso del 2020, e i livelli di debito rimangono elevati, fattori che rendono queste aziende più vulnerabili a potenziali fattori di stress e al default nel medio termine.
Un miglioramento, quello previsto da S&P, che poggia su numeri già in archivio, che mostrano la tenuta delle aziende europee al Covid. Guardando all’Italia, ad esempio, i tassi di fallimento delle imprese sono rimasti sotto al 3% nel 2020. Merito degli interventi straordinari varati dalle istituzioni, secondo l’Osservatorio Npe realizzato da Cribis Credit Management, secondo cui però nel 2021 l’effetto sul contenimento del rischio di credito ha iniziato ad attenuarsi progressivamente tanto che, dall’analisi sulle scadenze delle moratorie, senza considerare gli effetti del Sostegni bis e le potenziali proroghe, sussistono solo circa il 28% del totale dei provvedimenti attivati. Le previsioni sono che a ottobre 2021 le moratorie ancora attive saranno meno del 10% rispetto al perimetro totale dell’iniziativa.
Relativamente al rischio di credito, stando al report italiano, per tutto il 2020 è proseguita la contrazione coadiuvata dagli interventi di sostegno. In particolare, l’analisi nel periodo compreso da giugno 2020 a dicembre 2020 mostra per le società di capitali un tasso di default che passa dal 3,14% al 2,6%, mentre per le persone fisiche passa dal 1,61% al 1,57%.
Passando al primo trimestre di quest’anno, sul mercato italiano si riscontrano un numero di operazioni e volumi superiori rispetto allo stesso periodo 2020, così come continua a crescere l’interesse degli investitori verso portafogli Utp (Unlikely To Pay). Si rileva, evidenzia l’Osservatorio, una crescita della quota di cessioni Utp rispetto agli Npl, che passa dal 9% al 20% del totale transato. Di contro la quota relativa agli Npl subisce una contrazione di circa il 60% nel 2020 rispetto al 2018.
È cresciuta infine, al contempo, la quota di secured rispetto agli unsecured, che nel 2020 è arrivata a rappresentare il 55% dei volumi. Al riguardo, gli analisti sottolineano come lo strumento delle Gacs (Garanzia Cartolarizzazione Sofferenze) ha contribuito a supportare la dismissione dei crediti garantiti da immobili.
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