Crescita economica, ecco cosa possiamo prevedere
“Il potenziale di crescita economica a lungo termine è molto più importante degli indicatori economici a breve”. L’analisi di Flossbach von Storch
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Il futuro non promette granché di buono secondo i Ceo mondiali, che mostrano un pessimismo record sulla crescita globale, facendo segnare un netto calo della loro fiducia per quanto riguarda le prospettive aziendali. In controtendenza i manager italiani che mostrano maggiore ottimismo sul proprio business in un arco temporale da qui a tre anni, ma che esprimono più timore se si parla dei prossimi 12 mesi. La 23esima ‘Ceo Survey 2020’ di Pwc, condotta su 1.600 capi azienda in 83 Paesi e presentata a Davos alla vigilia della riunione annuale del World Economic Forum, presenta un quadro tutt’altro che rassicurante.
Stando al sondaggio, il 53% dei manager prevede infatti una riduzione del tasso di crescita economica nel 2020. Un dato in aumento rispetto al 29% del 2019 e al 5% del 2018. Il numero di Ceo che prevedono un aumento del tasso di crescita economica si è ridotto dal 42% del 2019 al 22%. “Non sorprende che la fiducia nella crescita economica si sia ridotta se si considerano le incertezze relative alle tensioni commerciali e al contesto geopolitico”, sottolinea Alessandro Grandinetti, markets & clients leader di PwC Italia.
I più pessimisti sono i top manager americani che per il 63% si aspettano un rallentamento della crescita (2 anni fa la stessa percentuale prevedeva il contrario), ma l’opinione è condivisa anche dal 59% degli a.d dell’Europa occidentale e da oltre la metà dei Ceo delle altre aree, ad eccezione dell’Asia Pacifico e del Centro-Est Europa, dove i pessimisti sono poco più del 40%, con la Cina e l’India che riportano i livelli più elevati di fiducia tra le principali economie.
L’incertezza sulla crescita economica è insomma balzata dal dodicesimo al terzo posto, dietro soltanto ai conflitti commerciali e alla costante regolamentazione eccessiva, nuovamente impostasi come preoccupazione numero uno per i Ceo, che si attendono a questo proposito significative modifiche normative nel settore della tecnologia. Il 51% si aspetta che i governi obbligheranno, in misura sempre maggiore, il settore privato a indennizzare le persone per i dati personali raccolti.
La carenza di competenze chiave rimane una significativa minaccia alla crescita. I top manager ritengono il processo di upskilling il modo migliore per colmare il gap in termini di competenze richieste dal mercato. Tuttavia, soltanto il 18% dichiara di avere compiuto “significativi progressi” nell’implementazione di un programma dedicato. Un’opinione confermata anche dai lavoratori. In un’altra ricerca di PwC, il 77% dei lavoratori nel mondo, ovvero 22.000 persone, dichiara che vorrebbe acquisire nuove competenze e soltanto il 33% ritiene che gli sia stata data l’opportunità di sviluppare competenze digitali al di fuori delle proprie mansioni ordinarie.
“L’upskilling è tra i temi centrali dell’agenda dei Ceo. I leader aziendali, i formatori e i governi devono collaborare per garantire che le persone di tutto il mondo siano coinvolte in attività formative che tengano conto di una workforce sempre più stratificata per età anagrafica, cultura e diversità. Quello dei leader è un ruolo chiave. Anche se nutrono preoccupazione per il futuro incerto, le persone vogliono sviluppare le proprie skills nell’era digitale e sono quindi alla ricerca di leader che offrano un percorso di sviluppo all’insegna della fiducia nel lungo periodo”, spiega Grandinetti.
Quanto al cambiamento climatico, i manager esprimono un crescente apprezzamento circa i vantaggi derivanti dalle iniziative volte a ridurre le emissioni di anidride carbonica: in dieci anni è raddoppiato il numero di chi si dichiara “fortemente d’accordo” sul fatto che investire in iniziative per contrastare il cambiamento climatico possa accrescere il vantaggio reputazionale (30% nel 2020 rispetto al 16% nel 2010) e il 25% ritiene che tali iniziative possano offrire nuove opportunità alla propria impresa in termini di prodotti e servizi rispetto al 13% del 2010. Interessante notare che se gli Usa e il Regno Unito hanno mantenuto invariata la loro opinione, nel 2010 soltanto il 2% dei Ceo cinesi riteneva il cambiamento climatico una leva per nuove opportunità, nel 2020 questa percentuale è salita al 47%.
E veniamo all’Italia. Gli a.d. del nostro Paese continuano ad avere fiducia sulle prospettive delle loro aziende a 3 anni (90%), in misura crescente rispetto al 2019 (84%) e su livelli comparabili a quelli degli altri grandi Paesi industrializzati. Il dato della fiducia a 12 mesi è invece in leggera diminuzione (68% contro il 70% del 2019) influenzato dal clima di tensione dell’ultimo periodo.“Le risposte ricevute sono confortanti, chiaramente evidenziano una significativa resilienza del tessuto produttivo italiano; siamo ancora industrialmente sani e capaci di affrontare le incertezze macroeconomiche e geopolitiche attese per il 2020 e per gli anni successivi, puntando a nuovi investimenti orientati soprattutto a digitalizzare gli ambiti produttivi e rendere i nostri prodotti ad alto contenuto tecnologico”, osserva Nicola Anzivino, Ppartner di PwC Italia.
Il 32% degli italiani dichiara di star facendo fronte alle recenti sfide orientando le proprie strategie di crescita verso aree geografiche alternative, un livello più alto rispetto alla media globale del 26%.
Per quanto riguarda i cambiamenti climatici e relativi danni ambientali, i top manager di casa nostra si dichiarano preoccupati, ma in misura sicuramente inferiore rispetto al resto del mondo: esprime questa preoccupazione il 52, contro una media globale del 64%. “Molti stanno ancora valutando quali implicazioni di natura commerciale ed industriale potrebbe avere una riconfigurazione green della propria carbon footprint aziendale, anche se purtroppo bisogna ricordarsi che i tempi per agire sono stretti”, spiega Anzivino.
Si registra sul tema dei cambiamenti climatici un livello di preoccupazione inferiore (52%), il secondo più basso dopo la Cina (45%) e lontanissimo dal tasso della Germania (78%). Inoltre, solo il 43% dei Ceo italiani interpellati dichiara di aver stimato i potenziali rischi fisici derivanti da futuri eventi climatici (contro una media globale del 57%) e questo dato potrebbe almeno in parte spiegare il minor livello di preoccupazione in Italia rispetto al resto del mondo. Un gap analogo emerge anche dall’opinione rispetto all’interesse degli stakeholders all’approccio aziendale ai cambiamenti climatici: solo il 68% ritiene che i propri stakeholders abbiano un interesse per le iniziative condotte in tal senso, contro una media globale del 78%.
In un contesto complesso ed incerto come quello delineato, gli italiani stanno pianificando le medesime strategie di risposta registrate a livello globale, puntando in particolar modo su un aumento dell’efficienza operativa (Italia 65%, mondo 77%), della crescita organica (Italia 50%, mondo 70%) e sul lancio di nuovi prodotti (Italia 42%, mondo 60%).
Infine, i capi azienda del nostro Paese sembrano leggermente meno preoccupati sul tema upskilling, ma, con il 55% (percentuale identica a quella del 2019) la disponibilità di competenze fondamentali si piazza al quarto posto tra i principali fattori di natura aziendale/commerciale percepiti come minacce.
