L’azionario Usa è ancora un buon affare
Secondo Carmignac, il rallentamento della crescita economica crea un contesto costruttivo per le azioni statunitensi. Ecco quali privilegiare
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La prima metà del 2019 si è conclusa con il rally cross-asset più forte e più ampio dell’ultimo decennio. Non si registravano guadagni così importanti dal 2009-2010. L’azionario globale ha fatto registrare il migliore giugno di sempre, quando le banche centrali di tutto il mondo sembravano adottare una posizione accomodante. Il Brent ha continuato a salire sulla scia delle preoccupazioni circa la domanda, con un occhio alle tensioni in Medio Oriente. Il rendimento dei Treasury decennali è precipitato al di sotto del 2%. Con la Fed accomodante l’oro si è impennato, facendo registrare, a giugno, i massimi da sei anni a questa parte. Tutti i settori hanno chiuso giugno in territorio positivo, trainati dai titoli ciclici come quelli del comparto delle materie prime, della tecnologia e dei beni di consumo discrezionali. I settori con una duration più lunga, come il real estate, le utilities e i beni di prima necessità, sono rimasti più indietro.
Nel secondo semestre dell’anno, osserva in un report Ritu Vohora, investment director equities di M&G Investments, gli investitori si trovano a dover fronteggiare un vero e proprio dilemma, con messaggi contrastanti che giungono dai mercati obbligazionari e azionari. Non è frequente assistere a rialzi significativi per entrambe le asset class. I mercati obbligazionari sembrano indicare un rallentamento economico e sono più cauti, mentre quelli azionari sono più ottimisti, suggerendo una crescita duratura. Chi avrà ragione? “Probabilmente, nel secondo trimestre il fatto più importante sui mercati finanziari è stato il rally di tutti i tassi globali. Negli ultimi tre mesi, i Treasury decennali hanno corso e ora il tratto a breve della curva Usa sta prezzando oltre 100 punti base di allentamento entro la fine del 2020. Nel frattempo i rendimenti dei bond di altre parti del mondo continuano a scivolare verso il territorio negativo”, afferma.
Il ciclo commerciale globale potrebbe invertirsi, secondo l’esperta. Le elevate tensioni commerciali hanno messo pressione sugli indicatori del sentiment del commercio globale e dell’industria manifatturiera. Di conseguenza, l’atteggiamento delle banche centrali sembra indicare che queste ultime sono pronte a un allentamento adeguato. I mercati obbligazionari stanno già scontando questa situazione. “Tuttavia, allo stesso tempo, gli asset rischiosi sono più ottimisti. Il mercato azionario Usa è tornato ora ai massimi di tutti i tempi, con lo S&P500 salito di oltre il 18% in un anno e gli spread creditizi in Usa ed Europa ben al di sotto dei livelli di dicembre 2018”.
La verità su cosa questi segnali contrastanti vogliano dire probabilmente sta nel mezzo, secondo Vohora. Sia i mercati azionari che quelli obbligazionari stanno seguendo lo stesso input, la svolta dovish delle banche centrali. Ma perché è necessario uno stimolo? “Se presumiamo da una parte che il mercato obbligazionario sia concentrato meno sulla crescita e più sulla volontà della Fed di agire preventivamente per arginare il rischio di una recessione, e dall’altra che l’azionario segnali un successo, per l’ennesima volta, della Fed, entrambe le ipotesi potrebbero essere sensate – evidenzia -. Inoltre gli investitori hanno rivisto al ribasso la propria valutazione di una politica dei tassi ‘neutrale’ nelle maggiori economie globali, e specialmente negli Usa. Se questo dovesse dimostrarsi corretto e i bond fossero in rally perché gli investitori si attendono un allentamento dovuto a una revisione della politica monetaria piuttosto che non a ragioni puramente cicliche, allora il movimento del mercato azionario sarebbe più coerente con il rally dei bond. Questa argomentazione è supportata dalla mossa della Fed, che recentemente ha ridotto in modo significativo il proprio tasso neutrale di lungo termine. La persistente debolezza dell’inflazione e le attese dei mercati nella maggior parte delle principali economie sono altri fattori che supportano questa teoria”. Del resto la crescita sta rallentando, in particolare negli Usa dove i venti favorevoli degli interventi fiscali iniziano a svanire. I dati economici sia ufficiali che non ufficiali mostrano segni di debolezza, con la crescita della produzione industriale cinese sta rallentando fino ai minimi da inizio 2002.
“Tuttavia, sebbene vi siano minacce serie per la crescita, non vi sono ancora le condizioni per una recessione – osserva – . La crescita Usa sta rallentando ma probabilmente si sta stabilizzando a un tasso più alto. Anche l’economia cinese sta rallentando fino a un tasso più sostenibile e dovrebbe continuare a beneficiare di un protratto stimolo da parte della autorità politiche. La politica monetaria rimane accomodante, la Fed ha aperto alla possibilità di un taglio dei tassi e pure la Bce ha adottato una linea più dovish. Inoltre, Cina e Stati Uniti hanno concordato di proseguir i colloqui durante il meeting del G20 in Giappone. Sebbene non siano riusciti a fare progressi significativi in direzione di un accordo, il presidente Trump ha dichiarato che, ‘almeno per ora’, non dovrebbero venire imposte tariffe ulteriori”.
La seconda metà dell’anno si preannuncia ricca di eventi. L’espansione economica globale è maturata e il suo stato di salute sarà il driver principale della relativa performance del mercato azionario. Tuttavia essa non è ancora finita e le banche centrali stanno attivamente cercando di estenderla il più possibile. “Se i dati che arrivano dagli Usa non cambiano significativamente, la Fed dovrebbe agire preventivamente e sottolineare il proprio impegno per evitare la recessione. Tuttavia è possibile che il mercato stia esagerando la portata dei tagli. Alla fine dei conti, sono necessari utili più solidi per spingere le azioni più in alto. Gli investitori dovrebbero attendersi ritorni più snelli e nei prossimi mesi dovranno muoversi rapidamente per cogliere rendimenti”, conclude Vohora.
