Bce, Villeroy: “Sul Pepp non c’è fretta”
Francoforte torna a rassicurare i mercati su stimoli e inflazione. Fineco consiglia di proteggere i portafogli. Federated Hermes vede rosa per l’Eurozona
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Quando un avverbio vale miliardi è naturale che diventi il sorvegliato speciale dei mercati. L’appuntamento clou di giovedì prossimo consisterà infatti nella parola che il board della Bce, a fine meeting, deciderà di mettere nero su bianco nel suo comunicato per spiegare come procederanno gli acquisti da 80 miliardi di euro al mese nell’ambito del Pepp. Il ritmo dello shopping anti-pandemia targato Francoforte andrà avanti a ritmo “lievemente” o “significativamente” più alto da inizio anno? Impossibile dirlo con certezza, gli stessi gestori sono divisi tra chi considera probabile l’annuncio di una riduzione e chi invece vede ancora prevalere le colombe.
A pesare sulla decisione di Lagarde e colleghi saranno certamente la revisione delle proiezioni di crescita dell’Eurozona, previste in rialzo, e quelle sull’inflazione, anche queste molto attese dai mercati per i quali il meeting di settembre è particolarmente rilevante. Ma il board dovrà anche tenere conto sia dell’ultimo dato relativo alla corsa dell’indice dei prezzi Ue sia di quelli provenienti dalla Cina e dagli Usa.

Chi si aspetta l’annuncio di uno slowdown nell’ultimo trimestre dell’anno è Pasquale Diana, senior macro economist di AcomeA Sgr, che sottolinea come il quadro macroeconomico appare favorevole e le condizioni finanziarie sono diventate più espansive nelle ultime settimane. “Ne consegue – spiega – che la Bce abbia, al momento, un minor bisogno di supportare il mercato di quanto avesse indicato in precedenza. Chiaramente, questo non equivale al tapering di cui si parla per la Fed, in quanto non si tratta di un processo lineare ed è possibile, qualora le condizioni del mercato lo richiedano, che la Bce torni ad incrementare il ritmo degli acquisti nel primo trimestre 2022”.
In generale, comunque, per Diana è decisamente probabile che il Pepp si concluderà a marzo, dal momento che non si intravedono margini per un accordo sulla sua estensione. “È tuttavia palese che la Bce dovrà aumentare il suo programma di acquisti principale, l’App, e trovare un compromesso per trasferire alcune delle flessibilità del Pepp all’App. In generale, i rendimenti in Europa appaiono destinati a salire, ma chiaramente la Bce vigilerà affinché questo non metta a rischio la ripresa”, conclude l’economista.

Anche per Konstantin Veit, senior portfolio manager european rates di Pimco, il Consiglio direttivo probabilmente annuncerà un ritmo di acquisti lievemente ridotto nel prossimo trimestre sulla base di rendimenti più bassi e di un miglioramento dell’economia dell’Eurozona. Ma, viste le continue preoccupazioni sull’evoluzione della pandemia e una prospettiva di inflazione a medio termine ancora debole, non si tratterà di un taglio drastico.
“Continuiamo ad aspettarci un nuovo andamento per gli acquisti nell’ambito del Pepp di 60 miliardi di euro al mese, in linea con il ritmo di acquisto di inizio anno e con la nostra opinione secondo cui la Bce ridurrà nel tempo il ritmo degli acquisti mensili netti di asset, dagli attuali 100 miliardi di euro al mese a 60 miliardi di euro al mese nel secondo trimestre 2022”, spiega Veit, che non si aspetta neppure una significativa revisione al rialzo delle previsioni sull’inflazione Iacp dell’1,4% per il 2023 e stando al quale per maggiori dettagli sul futuro del Pepp oltre marzo del prossimo anno si dovrà attendere la riunione di dicembre.
“Il sostegno persistente della Bce rimane un vento di coda per gli asset di rischio, ma le valutazioni attuali offrono poco spazio per una compressione significativa degli spread. Inoltre, i rischi per le prospettive macroeconomiche rimangono elevati e un regime di forte dominio fiscale sfuggente”, aggiunge il portfolio manager.

Di diverso parere Fabio Castaldi, investment manager di Pictet Asset Management, secondo cui giovedì saranno ancora le colombe a prevalere, forti del rischio di un nuovo aumento dei contagi Covid in autunno. “Il rafforzamento dell’euro sulla scia di un possibile annuncio di tapering da parte della Bce, in anticipo su quello ancora incerto della Fed – aggiunge -, rappresenterebbe peraltro un rischio non gradito in questa fase iniziale di ripartenza dell’economia. La fiammata inflazionistica, con ogni probabilità di natura transitoria, osservata nei mesi recenti non rappresenta infatti un elemento che possa giustificare un cambio di rotta durante la riunione di giovedì prossimo”.
Insomma, fintanto che i “dowside risk” da Covid non verranno superati, gli argomenti per definire il termine del programma pandemico per Castaldi sono prematuri. “La fase invernale sarà sicuramente decisiva per valutare se i rischi legati alla pandemia si possano descrivere come superati e, pertanto, una valutazione circa la possibile conclusione del Pepp a marzo prossimo potrà essere fatta solo in prossimità di tale scadenza”.
“Gli acquisti della Bce sotto il programma del Pepp, ‘generosi’ per i Paesi periferici, rappresentano una variabile importante anche per i mercati obbligazionari europei”, prosegue l’ investment manager, secondo cui altrettanto importante sarà l’esito delle elezioni tedesche. Se infatti dovesse prevalere una maggioranza di centro-sinistra, politiche fiscali espansive in Germania ed altrove spingerebbero i rendimenti al rialzo in assoluto, ma con spread periferici in restringimento. “Questo scenario, accompagnato da un Pepp ancora a pieno regime, andrebbe a premiare posizioni in acquisto della periferia europea, Btp in testa, e in vendita di Bund tedeschi”, conclude Castaldi.
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