Btp, la volatilità persisterà ancora
Per il momento l'Italia sembra rimanere in una posizione più rischiosa nel contesto dei mercati europei dei titoli di Stato
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In un mercato dominato da incognite geopolitiche e inversione delle politiche monetarie accomodanti, la parola pronunciata più spesso dagli addetti ai lavori è probabilmente “volatilità”. Un fenomeno che in questo momento riguarda soprattutto gli Stati Uniti, visto che in Europa l’indice di volatilità (Vstoxx) viaggia su livelli ben inferiori rispetto alla controparte americana (Vix), in netta inversione di tendenza, rispetto agli ultimi anni: dal 2000 al 2017 la volatilità era ben più alta in Europa rispetto agli Usa. E secondo gli esperti questo trend dovrebbe continuare.
“Il Vix si è mosso verso l’alto e l’azionario in ottobre ha fatto un passo indietro, ma non è stata una sorpresa. Ci sono diversi fattori che potrebbero continuare ad alimentare la volatilità del mercato”, osserva Darrell Spence, economista di Capital Group. Tra i fattori Spence elenca il rapido aumento dei tassi nelle ultime settimane, e una serie di indicatori macroeconomici (soliditià del mercato del lavoro, inflazione vicina al target Fed) che suggeriscono nuovi probabili rialzi dei tassi nel prossimo futuro.
Sul fronte azionario si riscontra un certo nervosismo. “Il settore tecnologico, che è cresciuto fino a coprire quasi un quarto dell’indice S&P 500 (circa il 30% se si aggiungono Netflix e Amazon), ha avuto un effetto enorme sugli indici di mercato, in entrambe le direzioni. I titoli tecnologici, e i Faang (le big tech Facebook, Apple, Amazon, Netflix e Google, ndr) in particolare, sono calati in ottobre – argomenta l’economista – Segnali negativi sono arrivati anche da Ppg Industries e Fastenal, che hanno fatto riferimento a un rallentamento della domanda cinese, e da Lvmh, che ha evidenziato un aumento dei controlli doganali per i cittadini che rientrano in patria e consumi cinesi ridotti. Anche se questi sono solo i primi dati, potrebbe indicare un potenziale trend”.
James Hackett, Ceo di Ford, stima un impatto di circa un miliardo di dollari sui margini dell’industria automobilistica dovuto all’aumento dei prezzi dei metalli causato dai dazi imposti alla Cina. È vero che gli utili societari dovrebbero superare il 20% di crescita nel terzo trimestre, ma molte società hanno ridotto la guidance per i prossimi trimestri, anche per il venir meno della spinta offerta di recente da economia florida e tagli fiscali.
“Gli utili potrebbero calare nel 2019, e il mercato sta iniziando a prezzare questa eventualità. Anche il rafforzamento del dollaro è stato per molti una sorpresa, e potrebbe essere un altro potenziale ostacolo l’anno prossimo dato che le società dello S&P 500 generano una quota significativa del proprio fatturato in mercati esteri”, prosegue Spence, che cita anche il rallentamento della Cina come fattore di nervosismo sui mercati.
Del resto, l’economista fa notare che il mercato cresce da ormai 10 anni, quindi in questa fase un aumento della volatilità era previsto. “Una correzione del 10%-15% può verificarsi in qualunque momento e per le ragioni più disparate”. Ma a oggi non ci sono segnali che suggeriscono la possibilità di un crollo netto, di una profonda recessione o di una crisi globale imminente.
