L’economia Usa frena e fa paura. Ma l’S&P è da guinness
Nel terzo trimestre 2019, il Pil americano fa segnare il dato più debole dell'era Trump. La Fed risponde tagliando i tassi e le Borse segnano nuovi record
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Puntare su S&P nell’anno elettorale? La statistica suggerisce che sia una buona idea, ma la statistica ha dei limiti soprattutto se si applica a un mercato in cui le regole classiche appaiono del tutto sovvertite.
In ogni caso, vediamo cosa suggerisce la statistica: secondo un’analisi recente di JpMorgan, dal 1936, nei 12 mesi precedenti al giorno delle elezioni il mercato ha registrato un rendimento positivo nel 90% dei casi, con ritorni medi del 9,7%. Negli anni inoltre ci sono stati molti candidati mal visti dai mercati, ma questo non ha influito sulle performance almeno fino al giorno delle elezioni. “I mercati si focalizzano sull’economia, in genere ignorando la retorica politica fino a che non si è particolarmente a ridosso delle elezioni”, secondo Jeffrey Schulze, director e investment strategist di ClearBridge Investments (affiliata Legg Mason).
E allora perché l’S&P 500 registra performance tendenzialmente positive?
“Negli anni delle elezioni presidenziali, gli indici corrono perché chi ha concluso il mandato cerca di farsi rieleggere giocando tutte le carte che ha per attrarre voti su di sé”, dice a Focus Risparmio Gianluca D’Alessio, portfolio manager Fia Am.
“In questo contesto rientra l’accordo di Fase 1 nella guerra commerciale ingaggiata da Trump contro Xi: da un lato il tycoon ha ottenuto l’obiettivo di calmare i mercati, dall’altro è riuscito a spuntare dalla Cina l’impegno di acquistare grandi quantità di soia. La soia è la leva per trattenere i voti dell’elettorato del ceto rurale che gli hanno consentito di essere eletto la prima volta”, continua D’Alessio.
A favorire il listino Usa ci sono poi la politica delle banche centrali che, con ogni probabilità, conserverà lo status quo, mantenendo i tassi bassi dato il livello di inflazione lontano dal target del 2%: “questo consentirà ai mercati di beneficiare di liquidità per tutto il 2020”.
Ma anche considerando tutti questi elementi a favore di S&P, le statistiche, in un mercato in profondo mutamento, potrebbero non essere affidabili. “Arriviamo da lunga fase di bull market che dura da 11 anni e che ha stravolto l’accademia classica, ci sono margini ancora positivi ma in contrazione del corporate. Quindi non ci aspettiamo un risultato positivo come anno scorso, ma un uptrend dell’ordine del 5-10% caratterizzato però da elevata volatilità. Volatilità che si è manifestata anche nei primi giorni di quest’anno con l’uccisione del generale iraniano Qasem Soleimani a cui il petrolio ha reagito con un movimento di impulso e poi ritracciato”, spiega D’Alessio che nell’ultimo trimestre del 2019 ha inserito in portafoglio “una esposizione sul settore comsumer discretionary, nella convinzione che a sei-12 mesi possa beneficiare in maniera positiva dei trend attuali”.
Nel lungo periodo invece, la visibilità è molto più scarsa e l’imprevedibilità dell’ultimo ciclo apre a scenari inediti anche per l’S&P.
“Dopo la grande crisi finanziaria, pochi avrebbero previsto che questo decennio sarebbe stato il primo nella storia degli Stati Uniti senza una recessione – dice Schulze – O che gli Stati Uniti sarebbero diventati i maggiori produttori di petrolio al mondo. Era difficile anche aspettarsi un decennio complicato per i titoli value, dopo 70 anni di sovraperformance. Inevitabilmente anche nella prossima decade assisteremo a diversi cambi di paradigma. Molti dubitano, ad esempio, che le performance dell’azionario USA possano continuare a essere positive, dopo la lunga corsa di questi anni. Ci sentiamo di dissentire, sulla base dei nostri modelli di più lungo termine, che guardano ai mercati orso e toro a livello secolare”.
Dal 1930, ogni mercato orso secolare è stato seguito da un mercato toro secolare di 20 anni, il che suggerisce la possibilità ancora di una lunga salita per l’azionario. “Questo non vuol dire che non ci saranno degli scossoni lungo la strada. Che però si traducono in flessioni meno profonde rispetto ai mercati orso secolari, con una media del -25% contro il -46% – conclude Schulze – Riteniamo che gli Stati Uniti siano solo a metà dell’attuale mercato toro secolare, il che significa che gli investitori azionari dovrebbero guardare con fiducia al prossimo decennio”.
