Surico (LBS): “Tassi BoE, il rialzo è di facciata. Ma attenzione all’indebitamento delle famiglie”
3 novembre 2017
di Eugenio Montesano
3 min
La banca centrale britannica mantiene un approccio da colomba con un occhio ai mercati e uno alla Brexit. Eppure Londra rimarrà la “capitale dei capitali”, nonostante tutto. Intervista a Paolo Surico, professore ordinario di economia alla London Business School.
Dopo Fed e Bce, anche la banca centrale inglese ha intrapreso la manovra di rientro dalle misure di politica monetaria ultraespansiva. L’istituto diretto da Mark Carney ha varato il primo rialzo dei tassi di interesse in dieci anni: un quarto di punto percentuale da 0,25% a 0,50%. Secondo gli analisti l’intervento servirà soprattutto a segnalare un’inversione di tendenza anziché a segnare l’inizio di una stretta più consistente.
Insomma il primo rialzo potrebbe rimanere isolato tanto più che la banca centrale è alle prese con il dossier Brexit, su cui Carney ha fatto sapere di poter incidere ben poco. Non tutti in realtà erano d’accordo con un aumento dei costi di finanziamento, a fronte della persistente debolezza della crescita degli stipendi che potrebbe rallentare la crescita dei consumi. Dall’altra parte, i “falchi” fanno osservare come l’economia cresca a un solido per quanto non spettacolare ritmo dell’1,6% mentre l’inflazione è sopra l’obiettivo del 2% e in estate la disoccupazione è scesa ai livelli più bassi da 40 anni.
Paolo Surico, professore ordinario di economia alla London Business School
Secondo gli esperti è dunque probabile uno scenario come quello seguito dalla Fed, che dopo aver annunciato un primo rialzo dei tassi nel dicembre 2015 ha poi aspettato 12 mesi prima di vararne un secondo. Tra questi c’è Paolo Surico, professore ordinario di economia alla London Business School, che alla Bank of England ha lavorato in passato in qualità di research economist e advisor.
Professor Surico, qual è la sua lettura del rialzo dei tassi nel Regno Unito e della forward guidance ai mercati da parte del presidente della BoE Mark Carney? Agli occhi del Monetary Policy Committee della banca d’Inghilterra, una simile mossa offre maggior spazio di manovra sui tassi qualora l’economia dovesse ricominciare a rallentare. Detto questo, ormai la politica monetaria non si fa con il rialzo dei tassi, bensì annunciandone il percorso negli anni a venire. Il dato interessante sulla BoE non è il rialzo dei tassi, bensì il comunicato che hanno rilasciato, in cui il comitato di politica monetaria ha omesso una frase – inclusa nelle precedenti dichiarazioni – che suggeriva aumenti dei tassi di interesse oltre le aspettative di mercato. Insomma Carney ha voluto mostrare i muscoli con un rialzo “dovish”, da colomba, piuttosto che dare inizio a una stretta aggressiva. Ma nell’inflation report rendono chiarissimo il path che si aspettano nei prossimi anni, usando parole come moderato, contenuto e graduale.
Dopo anni di decoupling delle banche centrali delle economie sviluppate stiamo assistendo a una convergenza dei processi di normalizzazione delle politiche monetarie con l’aumento dei tassi della BoE, l’attesa per il rialzo Fed di dicembre e l’azione della Bce che, pur non toccando i tassi, da gennaio dimezzerà il quantitative easing. Quali scenari si aprono per l’economia globale? La banca d’Inghilterra ha alzato i tassi e Draghi ha smesso di spingere sull’acceleratore. Si apre un nuovo ciclo, un’inversione della politica monetaria in un momento storico in cui il debito delle famiglie è a livelli simili a quelli precedenti allo scoppio della crisi. Dopo dieci anni di credito a buon mercato, ricomincia un ciclo dei tassi e di restringimento delle condizioni economiche in un momento in cui famiglie e governi non sono meno indebitati di quanto fossero nel 2008. È questo il rischio maggiore che vedo nelle economie avanzate.
Vive e lavora a Londra da oltre tredici anni. La City riuscirà a conservare lo status di uno dei principali mercati finanziari globali nel dopo-Brexit? Molte banche e fondi di investimento minacciano una riorganizzazione lontano da Londra, con Parigi e Francoforte in pole position nel proporsi come piazze finanziarie alternative. Aziende e settori finanziari che hanno sede in quei paesi potrebbero anche uscirne avvantaggiati, ma molti mancano di apprezzare che anche qualora ci fossero le rilocalizzazioni che sono state finora promesse o minacciate, Londra rimarrà il principale centro finanziario del mondo. Indubbiamente i mercati finanziari britannici saranno investiti da una serie di ripercussioni negative, ma Londra rimarrà la capitale dei capitali. Le condizioni finanziarie che si verranno a creare in caso di hard Brexit sono state comunque esagerate.
Dal suo punto di osservazione all’interno di una delle principali università commerciali del paese, a che punto siamo con il processo di uscita del Regno Unito dall’UE? Finora si sono susseguite solo speculazioni: ognuno gioca le sue carte sulla base di strategie che non appaiono molto chiare neanche ai principali negoziatori, né da un lato né dall’altro. Insomma almeno fino a fine 2018 non ne sapremo molto di più. Non vedo punti di svolta che peggioreranno significativamente l’outlook, ma questo non significa che le cose miglioreranno, anzi prevedo un progressivo deterioramento.
Qual è lo snodo geopolitico principale da tenere oggi sotto controllo in chiave finanziaria? Dal punto di vista geopolitico è la disintegrazione dell’Unione Europea che potrebbe cambiare le carte in tavola. Il pensiero imminente va alla Catalogna, e alle altre potenziali Catalogne d’Europa, proprio in un momento in cui il vecchio continente sta facendo sorprendentemente bene, con ottimi segnali di ripresa in Spagna, Francia, e addirittura in Portogallo e Italia. Ricordiamoci che prima del referendum sulla Brexit all’interno dell’area europea il Regno Unito era in testa per gli indicatori economici. Oggi la situazione si è ribaltata, ma il rischio di instabilità politica in Europa, pur avendo superato gli ostacoli delle elezioni francesi e tedesche, è ancora forte. E l’anno prossimo tocca all’Italia.
A meno di 18 mesi dalla chiusura ufficiale dei negoziati che sanciranno i termini del divorzio tra Regno Unito e Unione europea, il professore della London School of Economics Lorenzo Codogno fa il punto su mercati finanziari e prospettive dei fondi con Gran Bretagna in portafoglio
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