Brexit, molto rumore per nulla
A oggi, i rapporti futuri tra Regno Unito e Unione europea non sono ancora chiari, come non sono chiare le prospettive economiche per il Paese né il suo futuro politico
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La Brexit è destinata a spingere in alto l’inflazione e i tassi di interesse nel Regno Unito. E anche se il divorzio dall’Ue non punta a isolare il Paese dal resto del mondo, per Londra si parla già di ‘deglobalizzazione’. Se infatti con l’uscita dal mercato unico si romperanno alcuni legami commerciali con l’Europa, servirà tempo per stringere nuove relazioni a livello internazionale. “Questo si può tradurre in prezzi più alti per i consumatori e tassi di interesse più elevati per mantenere l’inflazione sotto controllo”, spiega a Focus Risparmio Lorenzo Codogno, fondatore e capo economista della società di consulenza LC Macro Advisors e visiting professor dello European Institute presso la London School of Economics a Londra.
Il governatore della Bank of England (BoE), Mark Carney, ha dichiarato alla BBC che è arrivato il tempo di “alleggerire il piede sull’acceleratore” dello stimolo economico, alludendo alla possibilità di un aumento dei tassi di interesse “in un termine relativamente breve”, forse già nel prossimo meeting del 2 novembre. Qual è il suo giudizio sulla politica monetaria della BoE?
Nell’arco dei prossimi sei mesi ci sarà un irrigidimento delle condizioni monetarie per lanciare un segnale, ma sarà una mossa estemporanea alla quale probabilmente non farà seguito una vera e propria fase di rialzo dei tassi. Piuttosto la BoE avrà un atteggiamento all’insegna dell’attendismo, della gradualità e della cautela. Questo perché i rischi per l’economia britannica rimangono molto elevati, e la possibilità che la BoE alzi i tassi per poi dover fare dei passi indietro rimane alta.
Quali possono essere gli effetti sull’economia?
Se l’economia iniziasse a indebolirsi, è chiaro che un restringimento dei tassi non rappresenterebbe la politica ideale. D’altro canto, la svalutazione della sterlina iniziata nel post-Brexit spinge verso l’alto l’inflazione headline (che include cibo e consumi energetici a differenza di quella cosiddetta ‘core’, ndr) con un effetto una tantum, che implica un riaggiustamento dei prezzi che guardando al futuro non dovrebbe necessariamente incidere anche sull’inflazione core e, di conseguenza, non dovrebbe portare neppure a una reazione della banca centrale. Tuttavia la BoE è preoccupata che questo rialzo dell’inflazione possa generare una spirale negativa sui salari e più in generale sui prezzi a livello permanente. Per queste ragioni vuole dare un piccolo segnale.
L’investimento in fondi comuni esteri, molti dei quali domiciliati in Irlanda o Lussemburgo ma gestiti in UK da fund manager britannici, implica che la percentuale di Regno Unito nei portafogli dei clienti dei consulenti finanziari possa essere anche rilevante in alcuni casi, sia sull’azionario che sull’obbligazionario. Con riferimento a questi mercati, come e dove è possibile investire nell’economia britannica?
Certamente è ancora possibile farlo, pur concentrandosi sui settori che sono meno esposti a una chiusura commerciale con l’Unione europea e maggiormente caratterizzati da un business globale. Teniamo presente che il Regno Unito ha a disposizione la valuta come strumento per attutire gli shock economici. Nel caso di un brusco rallentamento dell’economia, il cambio si indebolirebbe e alcune aziende che operano sui mercati internazionali e sono sensibili alla competitività di prezzo potrebbero beneficiarne. Sono quelli i settori su cui puntare, ovviamente stando ancora una volta attenti alla sterlina perché il rischio che questa continui a indebolirsi nei prossimi mesi rimane assai elevato, acuito com’è dalle incertezze politiche sui progressi della Brexit.
Stamattina, al termine del quinto round di negoziati sulla Brexit a Bruxelles il capo negoziatore britannico David Davis ha esortato gli Stati membri a “fare passi avanti riconoscendo i progressi fatti nello spirito del discorso di Firenze di Theresa May”.
Di fatto c’è stato un passo in avanti nella posizione inglese, ma è stato piccolo e fumoso, nulla di veramente concreto. L’apertura del governo espressa dal discorso di Firenze ha quindi esaurito la sua spinta in pochi giorni. Il discorso che ha avuto un effetto devastante è stato decisamente quello del congresso del partito Conservatore a Manchester, in cui Theresa May ha fatto una figuraccia mostrando le difficoltà in cui sta incorrendo il suo governo nel gestire la strategia della Brexit.
Le negoziazioni dovrebbero chiudersi tra poco meno di diciotto mesi, nel marzo 2019, eppure le posizioni tra UE e UK appaiono ancora molto distanti.
Negli ultimi mesi abbiamo assistito a un maggior realismo delle posizioni inglesi, inizialmente parecchio dogmatiche e improntate a una Brexit senza compromessi. Oggi si avverte la necessità di un periodo di transizione dopo la scadenza dei due anni dall’attivazione dell’articolo 50 a marzo 2019, e che durante questo periodo Il Regno Unito dovrà accettare le condizioni europee, ovverosia la giurisdizione della Corte di giustizia europea nonché il pagamento di determinati costi per l’accesso al mercato unico. A destare molta preoccupazione è soprattutto la premier May, che è sempre più debole anche se probabilmente rimarrà in sella perché rappresenta comunque il punto di equilibrio di un bilanciamento molto delicato tra l’ala oltranzista del partito Conservatore incarnata da Boris Johnson e quella più filo-europea, guidata dal cancelliere dello scacchiere Philip Hammond. Resta il fatto che la squadra di governo è sempre più debole dal punto di vista della preparazione tecnica per questi negoziati, e colpiscono episodi come le dimissioni di massa da inizio anno della prima linea dei funzionari pubblici impiegati nel dipartimento per la gestione della Brexit. Gli europei possono permettersi il lusso di aspettare, mentre gli inglesi non possono tergiversare, perché più passa il tempo maggiori sono i rischi per l’economia.
Quali sono questi rischi?
Ne ravvediamo di due tipi. Anzitutto ci sono rischi di medio-lungo termine legati all’apertura commerciale del paese e alle politiche di interscambio con l’estero, che si dispiegheranno con molta gradualità a meno che la chiusura dell’economia britannica a seguito dell’uscita dall’UE non sia compensata da iniziative che aprano al commercio verso altre aree o verso la stessa Europa. Ciò non sta avvenendo al momento.
Che riflessi possono avere i rischi di breve periodo?
Questi potrebbero essere molto più intensi e pericolosi, perché potrebbero portare a un calo di fiducia delle imprese e delle famiglie, in una situazione già fragile in cui le famiglie sono indebitate e con un rialzo dei tassi e salari reali in calo potrebbero essere disincentivate a spendere ulteriormente, e le imprese potrebbero essere invogliate a dirottare investimenti in altri paesi europei. Questi rischi di breve hanno il potenziale per provocare una caduta netta dell’attività economica nel Regno Unito.
Quanto è probabile che questo scenario si realizzi di qui al termine dei negoziati?
Non lo vedo probabile, nel senso che se il governo sarà in grado di mantenere l’aspettativa di una conclusione positiva dei negoziati e di un accordo che tuteli e garantisca un determinato tipo di accesso al mercato unico, allora questo crollo di aspettative non si verificherà. Ma il rischio esiste e non è insignificante, e il governo inglese dovrà fare di tutto per evitare che i negoziati si prolunghino per troppo tempo.
Che Brexit sarà: soft o hard?
Se ci saranno problemi sul lato dell’economia inevitabilmente si andrà verso una soluzione più morbida e un accordo più rapido, con Londra che dovrà sostanzialmente accettare le condizioni europee. Al momento questo scenario non si intravede ma è decisamente probabile, qualora l’economia continui a mostrare segni di subire le conseguenze dell’incertezza.
