Azionario value, puntare su un approccio Esg
Simar (NN IP): “In una fase di rallentamento, gli investitori devono concentrarsi su azioni di buona qualità e a basso rischio”
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Si chiama stewardship, ed è una strategia di gestione etica delle risorse e delle relazioni. Applicata al risparmio gestito è, in soldoni, la gestione responsabile che sempre più spesso è un approccio olistico che si applica trasversalmente a tutti i portafogli e non solo a quelli esplicitamente Esg.
Le strategie usate sono diverse, la maggior parte ancora concentrate esclusivamente su criteri di esclusione di settori o Paesi non conformi o sulla replica di indici “etici”. Le più sofisticate invece prevedono la partecipazione azionaria di minoranza alle aziende che entrano nell’asset allocation e un’attività costante di monitoraggio e lobbying affinché le tematiche Esg vengano inglobate dal management nella gestione dell’impresa.
In termini pratici, i fondi istituzionali, in quanto azionisti di minoranza, pongono con insistenza al Cda e alle assemblee le questioni di responsabilità sociale, ambientale e di governance per tenere alta la guardia su elementi che sono sempre più cruciali e produttivi di valore.
Si tratta, ovviamente, di una strategia ancora residuale. E che in genere arriva come fase finale di un percorso in più tappe che parte dai soliti criteri di esclusione a livello geografico, settoriale e micro. La singola azienda viene dunque analizzata sui numeri di bilancio. In tutte quelle che entrano in portafoglio la società di gestione acquista una quota societaria e agisce i suoi diritti di minoranza. Si tratta di qualcosa che è anche codificato nei Principle for Responsible Investment che ne esplicita il contenuto con un elevato livello di dettaglio.
L’azionariato attivo viene esercitato essenzialmente attraverso due strumenti: con il proxy voting (l’esercizio del diritto di voto sulle decisioni prese in assemblea) e con l’engagement dei vertici verso le tematiche sociali, ambientali e di governance, con modalità che vanno dalla richiesta di collaborazione, all’avviso via lettera, alle visite in azienda, a vere e proprie cause legali.
Si tratta di una scelta che paga, secondo uno studio del professor Elroy Dimson dell’Università di Cambridge: in media, il 42% delle azioni coordinate di engagement ottengono un effetto positivo. Se si guarda ai singoli temi Esg, nell’ambientale sono efficaci il 33% delle azioni, il 60% nel sociale e l’84% nelle questioni connesse alla governance.
Un’azione di successo (dove il successo è stabilito dai già citati Pri sulla base di una serie di criteri statutiti) si traduce in maggiore profittabilità media, in termini di Return on assets (Roa), crescita del fatturato e in un incremento delle quote investiti dai fondi pensione nelle società target, oltre che in un migliore Abhr (abnormal holding-period return, che misura la performance aggiustata al rischio del portafoglio in relazione al mercato o al benchmark).
A quattro anni di distanza dall’ingaggio di successo, il Roa (Return on assets) segna un aumento dell’1,5%, con il fatturato che è cresciuto del 3% e le posizioni dei fondi pensione dello 0,6 per cento. Inoltre, quattro anni dopo aver condotto l’azione di engagement, la partecipazione dell’investitore tende a crescere in caso di azioni culminate in un risultato positivo e a diminuire in caso contrario.
Uno dei maggiori seguaci dell’azionariato attivo è Invesco, che anzi, ne fa uno dei tratti distintivi della propria strategia Esg. Ma anche State Street Global Advisors (SsGa), che ha di recente ampliato la divisione Esg con la nomina di Rakhi Kumar quale responsabile Environmental, Social and Governance (Esg) e Asset Stewardship. Non è un caso che il movimento parta dagli Usa, ma anche in Italia pare muoversi qualcosa. Rileva la partner ormai decennale tra Anima e Etica Sgr, pioniera italiana dell’engagement. E che un colosso come Eurizon sia tra i primi firmatari italiani, nel 2015 del Principi di Stewardship.
La strada, certamente, è ancora lunga e non solo nel nostro Paese se è vero che, come mostrano i risultati dell’ultimo sondaggio “Responsible Investing & the Persistent Myth of Investor Sacrifice” di Hermes Investment Management, meno della metà (48%) degli investitori istituzionali crede che le società focalizzate sui criteri Esg riescano a produrre migliori rendimenti nel lungo periodo.
Tuttavia, l’86% degli investitori crede che i gestori dei fondi debbano incorporare i rischi di corporate governance come elemento core delle analisi di investimento. Saker Nusseibeh, Chief Executive Officer di Hermes Investment Management, afferma che molti investitori sono ancorati alla persistente convinzione che per andare incontro a criteri Esg qualcosa debba essere sacrificato.
