Le analisi dell’asset manager stimano una normalizzazione dell’equity risk premium attraverso un aumento delle valutazioni di circa il 30% nei prossimi dieci anni
Marco Piersimoni, Senior investment manager di Pictet Asset Management
Giunti al decimo anno di mercato toro verrebbe ragionevolmente da pensare che per le azioni globali sia arrivato il momento di prendersi una pausa. L’anno da poco concluso è stato il migliore del decennio e quindi – dicono i sostenitori di questa tesi – il 2020 impone prudenza.
“Noi non la pensiamo così”, spiega a FocusRisparmio Marco Piersimoni, Senior investment manager di Pictet Asset Management per cui gestisce il Pictet – Multi Asset Global Opportunities.
“Secondo le nostre ricerche condotte sul mercato azionario statunitense (generalmente riconosciuto come una buona proxy di quello globale, ndr) nei prossimi anni dovrebbe verificarsi una normalizzazione dell’equity risk premium attraverso un aumento delle valutazioni di circa il 30% su un orizzonte di dieci anni”, afferma l’asset manager. Una percentuale che, numeri alla mano, dovrebbe tradursi all’incirca in un 3% di rendimento ogni anno. Come è possibile? Piersimoni lo spiega così a FocusRisparmio.
Dott. Piersimoni, perché secondo voi l’azionario Usa è ancora sotto il suo potenziale?
In questo momento il rendimento dell’utile azionario, una grandezza che esprime il rapporto inverso del più noto multiplo price/earnings (P/E), è pari al 5,5% mentre la media storica di questo rapporto è del 4% circa. Ecco perché pensiamo che nei prossimi anni potrebbe verificarsi il fenomeno di mean-reversion, ossia un ritorno verso la media.
Questo come potrebbe avvenire e perché questo fenomeno si tradurrebbe in un aumento dei prezzi azionari?
Questo fenomeno può avvenire per due ragioni. O perché si muove il rapporto P/E verso l’alto oppure perché salgono i tassi. Direi che una salita dei tassi in questo momento e per i prossimi anni sia da escludere, quindi l’ipotesi secondo noi più concreta è che sia il multiplo a muoversi.
I movimenti del P/E, però, possono essere determinati anche dal denominatore.
È vero, ma non pensiamo sia questo il caso. Nell’ipotesi di tassi fermi, prevediamo che anche la marginalità lo sia, del resto gli utili delle imprese non si stanno discostando molto dalla media storica degli ultimi 50 anni (circa il 9%).
Ma quali sono le ipotesi su cui basate questo ragionamento?
C’è un’ipotesi di consenso condivisa all’unanimità: i tassi d’interesse sono bassi e lo saranno per molto tempo ancora. Difficilmente nei prossimi dieci anni ci discosteremo da questo scenario. Le forze che contribuiscono a mantenere lo status quo delle cose sono, sommariamente, tre: in primis, ovviamente, l’azione delle Banche centrali; poi c’è un tema demografico e al terzo posto un tema d’innovazione. L’insieme di questi elementi contribuisce al mix di bassa inflazione e crescita nominale ridotta.
Come si trasferisce tutto ciò al mercato azionario?
Semplice, l’equity subisce quello che succede sul mondo tassi e obbligazioni perché è una classe di attivo concorrente a quest’ultima: gli investitori guardano i prezzi relativi, tant’è che la differenza fra le due asset class è quantificata esattamente dai risk premium. Ecco perché in un ambiente di tassi bassi, dove le aspettative di crescita degli utili sono ridotte, è lecito attendersi una compressione dei premi al rischio azionario secondo le logiche e i numeri spiegati poc’anzi.
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