Fondi pensione, adesioni e rendimenti su nonostante il Covid
Covip: 9,35 milioni di posizioni nel 2020, +2,6%. Risorse per 196 miliardi. Dopo il calo del secondo trimestre, i rendimenti recuperano e superano nettamente il Tfr
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Quota 100 ha portato meno uscite del previsto e il sistema previdenziale italiano regge, ma due pensionati su cinque hanno un assegno inferiore ai mille euro al mese, insufficiente a garantire dunque una vita dignitosa. È quanto emerge dal dal Rapporto Itinerari previdenziali, secondo cui la spesa per la previdenza è cresciuta nel 2019 ma si è mantenuta sotto controllo a 230,3 miliardi, mentre è proseguita la corsa di quella assistenziale che ha sfondato quota 114 miliardi.
Nel dettaglio, il report rivela che sono state oltre 267,000 le persone andate in pensione con Quota 100 nel 2019-2020, un numero molto inferiore rispetto alle previsioni legate alla misura del governo gialloverde che stimavano nel triennio quasi un milione di uscite. Nel solo 2020 le persone uscite con questo provvedimento sono state 117.034, un numero inferiore a quelle andate a riposo con la pensione anticipata (176.924), ovvero dopo aver raggiunto 42 anni e 10 mesi di contributi (41 e 10 mesi se donna) e aver atteso il periodo di finestra mobile.
Nel 2020 il numero di pensionati potrebbe aumentare di circa 100.000 unità e crescere anche nei mesi successivi, deteriorando per qualche anno il rapporto attivi/pensionati. Per i tecnici di Itinerari Previdenziali, infatti, l’effetto Covid-19 incentiverà la propensione al pensionamento anticipato degli italiani, i quali potrebbero cioè finire col ricorrere a Quota 100 e provvedimenti correlati come a una sorta di ammortizzatore sociale. Allo stesso modo, mentre le entrate contributive risentiranno delle difficoltà occupazionali, la spesa pensionistica sconterà l’incremento dovuto alla pandemia, toccando livelli persino superiori a quelli della crisi del 2008: per il disavanzo Inps, al netto dei trasferimenti del bilancio dello Stato, l’ipotesi per il biennio 2020-2021 è un aumento fino a 33 miliardi, per poi rientrare su livelli più fisiologici a partire dal 2023. “E’ molto probabile che il mix di anticipi pensionistici introdotto dalla Legge di Bilancio per il 2019, sgravi contributivi e crisi pandemica abbia prodotto già per l’anno appena concluso risultati negativi, che perdureranno almeno fino al 2023”, avverte Alberto Brambilla, presidente del Centro Studi e Ricerche Itinerari Previdenziali.
Drammatici i numeri riguardanti gli assegni. Sono infatti circa 6,3 milioni i pensionati italiani che percepiscono fino a 1.000 euro al mese per tredici mensilità, poco meno del 40% del totale. Il dato, ottenuto dividendo l’importo annuo per 13 mensilità, tredicesima compresa, differisce da quello reso noto con il Rapporto annuale dell’Inps a ottobre 2020 sul 2019 poiché in quest’ultimo l’importo annuo era diviso per 12 mensilità e i pensionati sotto i 1.000 euro risultavano quindi meno di 5,2 milioni per il 33,6% del totale. “Le singole prestazioni di importo pari a circa mille euro (per la precisione, fino a due volte il TM) sono circa 14,7 milioni e rappresentano il 64,6% delle pensioni in pagamento, ma per correttezza andrebbe ben chiarito che i soggetti che le ricevono – spiega Brambilla – sono meno della metà, circa 6,3 milioni, ovvero il 39,4% del totale dei pensionati”.
Bisogna fare riferimento, viene chiarito nel report, ai pensionati che percepiscono una o più prestazioni, e non alle singole pensioni, quando si analizzano le distribuzioni per classi di reddito, così da evitare errori tecnici o fraintendimenti. Nel calcolo degli importi medi dei singoli trattamenti pensionistici, prosegue Brambilla, “sarebbe poi più opportuno procedere per tipologia, evitando di mischiare tra loro prestazioni di natura non omogenea, ad esempio perché non egualmente sostenute da contribuzione. Quasi 40% dei pensionati ha redditi pensionistici al più di poco superiore ai mille euro lordi al mese, ma nella maggior parte dei casi non di tratta di pensioni in senso stretto quanto piuttosto di prestazioni assistenziali, non sostenute da contribuzione e quindi di fatto interamente o parzialmente a carico della collettività”.
Quanto alla spesa previdenziale, questa è cresciuta nel 2019 ma si mantenuta sotto controllo a 230,3 miliardi. Prosegue invece la corsa di quella assistenziale che nell’anno ha superato i 114 miliardi, avvertono i tecnici di Itinerari previdenziali, secondo cui l’incremento strutturale dal 2008 è stato di oltre 41 miliardi, con un tasso di crescita annuo oltre il 4% e di 3 volte superiore all’incremento della spesa per pensioni. Nel complesso, secondo il Rapporto, nel 2019 l’Italia ha destinato alle prestazioni sociali (pensioni, sanità e assistenza) 488,336 miliardi, ovvero il 56,08% dell’intera spesa pubblica.
“La spesa per assistenza si conferma – scrivono nel report – il punto debole del nostro welfare state”. Nel 2019 le sole prestazioni assistenziali erano 4,17 milioni (prestazioni ad invalidi civili, indennità di accompagnamento ecc) per un costo complessivo di 22,835 miliardi. Ma se si considerano le altre prestazioni assistenziali come le integrazioni al minimo, le maggiorazioni ecc , “i beneficiari di prestazioni totalmente o parzialmente assistite sono, senza considerare le quattordicesime mensilità, 8.137.540 e, al netto delle duplicazioni relative ai soggetti contemporaneamente percettori di pensioni di invalidità civile e indennità di accompagnamento, 7.728.678, vale a dire il 48,2% dei pensionati totali”.
I beneficiari di prestazioni totalmente o parzialmente assistite in Italia nel 2019 erano, senza considerare le quattordicesime mensilità, 8.137.540 e, al netto delle duplicazioni relative ai soggetti contemporaneamente percettori di pensioni di invalidità civile e indennità di accompagnamento, 7.728.678, vale a dire il 48,2% dei pensionati totali. Per questo dal Rapporto emerge chiara la necessità di separare la previdenza dall’assistenza. “È quasi assurdo pensare che in un Paese del G7 come l’Italia quasi il 50% di pensionati non sia stata in grado di versare neppure 15/17 anni di contributi regolari e debba quindi essere assistita dallo Stato – commenta Brambilla – ed è allora importante che la politica rifletta su questi numeri. Innanzitutto, perché non sembrano rispecchiare le reali condizioni socio-economiche del Paese e, in secondo luogo, perché non va dimenticato che, a differenza delle pensioni finanziate da imposte e contributi, queste prestazioni gravano per 25,77 miliardi sulla fiscalità generale e non sono neppure soggette a imposizione fiscale”.
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