Pir vs Eltif: mini-guida ai fondi per investire nell’economia reale
5 marzo 2019
di la Redazione
2 min
Pir ed Eltif rappresentano “un grande passo in avanti nel veicolare il risparmio, privato e istituzionale, verso le piccole e medie imprese” afferma Sergio Zocchi, Ceo di October Italia
Sergio Zocchi, a.d. di October Italia
I piani individuali di risparmio (Pir) e gli European long term investments funds (Eltif) stanno rivitalizzando l’industria del risparmio allargando le possibilità di investimento tanto dei privati quanto dei fondi pensione. Ma quali sono le principali analogie e differenze tra questi due strumenti? “La possibilità di impiegare risorse in una gamma molto ampia di strumenti finanziari (oltre i titoli di equity e debito), insieme alla struttura chiusa del fondo, rendono gli Eltif un modo molto efficace di veicolare risorse a favore delle Pmi” spiega Sergio Zocchi, a.d. di October Italia, piattaforma di P2P lending attiva nel finanziamento online per le imprese.
“Dall’altro lato”, prosegue Zocchi, “solo estendendo i Pir a nuove asset class (tra cui i bond di distretto e i nuovi basket bond, il private debt, il private equity e le forme di permanent capital) si potrebbero incrementare le risorse dirette sull’economia reale a beneficio delle imprese che ne hanno veramente bisogno”.
Benché entrambi siano strumenti destinati a supportare le piccole e medie imprese, i Pir “non sono dei veri e propri veicoli ma dei ‘contenitori fiscali’ che possono accogliere al proprio interno diverse tipologie di strumenti finanziari (azioni, obbligazioni, Etf ecc), mentre gli Eltif sono veri e propri fondi chiusi di investimento”, spiega October Italia in uno studio che passa in rassegna le due tipologie di strumenti.
“La struttura dei fondi chiusi fa sì che i capitali raccolti dagli investitori possano essere rimborsati solo a scadenza o dopo un lasso di tempo specificato dal regolamento del fondo. I capitali dunque sono impiegati secondo un orizzonte temporale di lungo periodo”, si legge nello studio.
Una seconda differenza riguarda il regime fiscale: “a un Pir, se viene detenuto per almeno cinque anni e se vengono rispettate le norme sui sottostanti, non si applicheranno né le imposte sulle rendite da capitale né quelle successorie; un Eltif, invece, non gode di benefici fiscali”.
Un’altra differenza riguarda i sottostanti su cui possono essere impiegate le risorse raccolte. “Per quanto riguarda gli importi raccolti coi Pir, essi devono essere investiti, al 70%, su titoli emessi da aziende italiane o comunitarie con stabile organizzazione nel nostro Paese”, precisa il report. “In ogni caso, il 21% complessivo deve essere rivolto specificatamente su titoli emessi da aziende quotate in segmenti diversi rispetto al Ftse Mib (MidCap, Star, Standard o Aim). I capitali raccolti negli Eltif, invece, possono essere investiti in un’ampia gamma di sottostanti che non si esaurisce solo in titoli di debito o di equity di aziende già quotate, ma abbraccia anche il private debt, i minibond e le piattaforme fintech”.
La nuova legge di Bilancio, in attesa delle modifiche che verranno introdotte coi decreti attuativi, “ha modificato la disciplina dei Pir, imponendo l’obbligo di investire il 7% del capitale su fondi di Venture capital e su azioni emesse da società quotate sul mercato Aim, strumenti il cui profilo di rischio mal si concilia con quello dei risparmiatori retail. Gli Eltif, invece, si muovono in un’ottica di lungo periodo che offre agli investitori dei profili di diversificazione interessanti e de-correlati rispetto all’andamento dei mercati finanziari”, conclude la ricerca.
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