Pir, un investimento resiliente. Ecco perché
L'ingresso degli asset manager nel mercato dei Pir è avvenuto attraverso tre modalità differenti: istituzione di un nuovo fondo, trasformazione di un fondo esistente e la soluzione mista
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Anno nuovo vita nuova. Anche per i cari e vecchi Pir. La Legge di Bilancio 2019 ha infatti riscritto i criteri che “governano” i Piani individuali di risparmio, rendendo di fatto il nuovo strumento più rischioso rispetto alla vecchia versione. I Pir costituiti dall’1 gennaio di quest’anno dovranno obbligatoriamente investire una quota del patrimonio in fondi di venture capital. Prodotti di fatto illiquidi e che quindi mal si conciliano con la caratteristica principe di un fondo aperto, ovvero la pronta liquidabilità. Ma l’aspetto più critico riguarda il comma 215 della Legge di Bilancio, che rimanda l’attuazione delle nuove norme a un decreto del Mise, di concerto con il Mef, da emanarsi entro 120 giorni. In sostanza, senza questo decreto attuativo, al momento non sembra possibile istituire nuovi Pir. E in attesa del decreto Assogestioni mantiene con MEF e MISE un dialogo aperto, costruttivo e di costante collaborazione.

“Così come è scritta è una legge che non funziona – ha dichiarato Tommaso Corcos, presidente di Assogestioni, in un’intervista pubblicato oggi su Il Sole 24 Ore – Anche se capiamo la logica sottostante alla modifica dell’investimento qualificato, perché le piccole imprese hanno beneficiato meno dei flussi provenienti dai Pir, non si può chiedere a un fondo aperto di avere una percentuale così rilevante investita su strumenti illiquidi, non solo per motivi tecnici, ma anche di mercato. Il fondo da regolamento non può detenere più del 10% in attività illiquide; con il vincolo del 7% che è stato introdotto, in presenza di riscatti c’è il forte rischio di superare questo limite; inoltre questi nuovi investimenti, che presentano un rischio decisamente più elevato, rischiano di alterare il profilo Mifid dei prodotti esistenti”.
Non solo. “Il fondo – continua Corcos – è tenuto a valorizzare quotidianamente la quota calcolando il Nav giornaliero e se una percentuale del patrimonio è immobilizzata su strumenti illiquidi e per di più di difficile valorizzazione, diventa molto complicato farlo. Con questo voglio dire che inserire componenti illiquide in un fondo aperto non va bene, anche in vista degli stress test a cui verranno sottoposti in futuro i fondi. Per queste ragioni faccio quindi molta fatica a pensare che questa normativa così come è concepita possa stare in piedi”.
A detta di Corcos, poi, c’è anche un altro aspetto da considerare: che il mercato del venture capital in Italia al momento non ha dimensioni tali da soddisfare gli eventuali investimenti richiesti dalla normativa (in totale si contano circa 50 fondi di venture capital). “Una soluzione potrebbe essere quella di istituire un prodotto ad hoc, così come avviene in Francia e Uk; per esempio, un fondo chiuso Pir compliant con una soglia di 150mila euro da versare però in un’unica soluzione – propone Corcos – Ai benefici fiscali tipici del Pir si potrebbe pensare di aggiungere una detrazione. Nei piani inglesi questi profili esistono. In questo modo si risolverebbe il problema legato alla liquidabilità dell’investimento e si potrebbe destinare una quota più rilevante del patrimonio verso le realtà aziendali più piccole”, conclude.
