L’Italia è pronta per il boom degli investimenti Esg/Sri
Cresce la consapevolezza su questi temi. Ma una conoscenza ancora inadeguata, soprattutto sulla clientela con minori disponibilità economiche, è un ostacolo. Serve maggiore informazione
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Lo sforzo da compiere oggi in ambito Esg è quello di “democratizzare l’investimento sostenibile con un prodotto distribuibile da reti e piattaforme, non qualcosa rivolto esclusivamente agli investitori istituzionali o poco accessibile agli investitori retail, ma che sia dinamico, flessibile e che possa generare performance in varie condizioni di mercato, aprendo l’investimento Esg a diverse asset class”.
Così Maria Municchi, gestore del fondo M&G (Lux) Sustainable Allocation Fund. In M&G dal 2009, Municchi fa parte del team multi asset ed è vice-gestore di M&G Episode Income Fund e di M&G (Lux) Income Allocation Fund.
“Negli ultimi anni si sono sviluppate molte più strategie Esg che vanno non solo a curare la parte etica, con uno screening dei settori o di società che sono implicate in controversie relative ai principi dello UN Global Compact”, prosegue Municchi.
“Ci siamo spostati verso un’integrazione essenziale dei criteri Esg nelle scelte finanziarie, fino a arrivare a strategie che includono temi di sostenibilità, impatto, investimenti che non solo hanno un rendimento finanziario attraente ma anche un impatto obiettivamente positivo sulle sfide di oggi, sia dal punto di vista sociale che ambientale”.
Perché questo trend è esso stesso sostenibile, e potrà continuare nel lungo periodo?
Perché non è un trend unicamente legato al mondo degli investimenti: la scelta dei prodotti sostenibili va al di là del mondo finanziario e guarda anche ai beni di consumo. Come testimonia una ricerca Nielsen del 2018 relativamente ai consumatori americani, c’è una crescita importante delle scelte di acquisto relativamente ai beni di consumo sostenibili.
Uno dei driver principali di questo cambiamento nelle scelte del consumatore è l’accessibilità delle informazioni e dei dati. La possibilità di tracciare facilmente la provenienza dei beni che consumiamo, come sono stati prodotti. Dunque, questo trend di scelta per prodotti sostenibili è ancora più grande di quello che abbiamo visto negli ultimi mesi nel mondo degli investimenti.
Quali sono le vostre allocazioni principali?
Abbiamo una view positiva sul mercato azionario, a cui fa da contraltare una visione abbastanza negativa delle prospettive del mercato obbligazionario. Uno dei segnali chiave che ha determinato i movimenti sull’azionario è stato da un lato il fatto che a fine anno scorso il mercato azionario aveva scontato notizie molto peggiori di quanto la condizione macroeconomica dettasse davvero. Certamente c’è stato un rallentamento, ma non è così marcato come il movimento sui mercati azionari indicava.
E poi è intervenuta la Fed…
Esatto. La Fed è stata essenziale con il suo cambiamento di posizione sui tassi. Ci sono due cose importanti: anzitutto il rialzo dei tassi del 2018 aveva messo pressione con il Treasury yield a due anni aumentare fino al 3%, ed essendo il discount rate di tutti gli asset a livello globale aveva messo pressione anche all’azionario. C’è stato un rallentamento della crescita, e la Fed ha poi assunto un atteggiamento più dovish, a indicare che il nuovo tasso di interesse neutrale possa essere attorno al 2,5%, dove siamo attualmente collocati. Questo è molto positivo per gli asset rischiosi, soprattutto per gli azionari Europa e Giappone, con valutazioni interessanti.
E gli emergenti?
Un’altra area che ne può beneficiare sono i bond governativi dei mercati emergenti, che in un contesto di inflazione bassa e crescita modesta ma sostenuta, possono continuare a performare bene e hanno oggi rendimenti elevati, dell’6-8% in media. In particolare, abbiamo esposizione in America latina, Messico, Brasile, Colombia, Cile, Perù e una piccola esposizione sul Sudafrica.
Sono interessanti dal punto di vista di rendimenti prospettici, in un contesto inflattivo basso che dà possibilità alle banche centrali di mantenere i tassi bassi. Senza dimenticare l’importanza della svolta da colomba della Fed, che non mette più pressione a questi asset.
Come si riflettono queste convinzioni nel portafoglio?
L’Europa e il Giappone sono i nostri mercati preferiti a livello azionario, il Giappone in particolare ha sofferto molto nel 2018 nonostante a livello di profitti i trend \non fossero troppo negativi, e dal punto di vista delle caratteristiche Esg, è un mercato che sta beneficiando molto di un miglioramento della governance, e questo comincia a trapelare attraverso i profitti, in miglioramento.
E l’Europa?
Circa il 20% del portafoglio è investito in Europa, di cui circa un 8% nel settore bancario, che rimane molto scontato e dove c’è tanto pessimismo.
Ingiustificato, a suo avviso?
Parzialmente, sì. Probabilmente dettato dallo status quo, dato che in Europa i profitti sono generalmente bassi, e forse il mercato si aspettava una crescita maggiore. Anche i tassi di interesse bassi hanno effetti negativo sulle banche. Ma la Bce ha allo studio misure per migliorare la profittabilità degli istituti di credito in questo contesto, e le banche hanno cominciato a muoversi significativamente in termini di prezzo. Riteniamo che ci sia un potenziale di rialzo importante nel settore.
Anche per le banche italiane?
Sì. Investiamo in titoli diretti, in particolare prediligiamo le banche con rating Esg elevati.
Per la componente a reddito fisso, invece?
I Treasury sono ancora attraenti, abbiamo esposizione sulla parte lunga, il trentennale. E’ vero che nelle ultime settimane i rendimenti sono scesi, siamo più vicini al 2,8% ma col cambiamento dei dot della Fed, che si posizionano a livello di mediana verso il 2,5%, questi trentennali possono offrire protezione a livello di portafoglio, e un livello di rendimento positivo a livello reale, che non è così scontato nei bond governativi oggi.
Sul versante azionario, cosa pensa degli Stati Uniti?
Siamo sottopesati per ragioni di valutazione. Prediligiamo banche e tecnologia, e soprattutto il primo settore mostra valutazioni interessanti ed è una posizione interessante da mantenere per via della dinamica di correlazione tra l’azionario Usa nel suo complesso e i Treasury. Mentre la tecnologia continua a essere il settore più interessante in termini di crescita dei profitti. Ma sono posizioni relativamente piccole.
Dal punto di vista della sostenibilità, qual è il tratto più distintivo del fondo, rispetto agli altri fondi di M&G?
Il punto chiave è la parte core dedicata all’investimento positive impact. Abbiamo circa il 20% in media dedicato a investimenti con rendimenti interessanti ma che hanno anche un impatto concreto su tematiche ambientali o sociali. La cosa interessante è che a questa categoria possiamo accedere tramite una moltitudine di asset class: azioni listate, green bond, bond emessi da banche di sviluppo, e infrastrutture “verdi”, come nel caso dei produttori di energia eolica. È una parte del portafoglio molto interessante sul lungo periodo, sia in termini di rendimenti che di trasformazioni che può portare alle economie correnti.
