Ecco i rischi del coronavirus per i mercati
Gli interventi degli esperti di NN Investment Partners e di Gamma Capital Markets alla vigilia della riapertura delle piazze finanziarie cinesi
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I riflettori di Milano in questi giorni sono puntati sulle passerelle della Milano Fashion Week Donna che, Coronavirus permettendo, promette di far parlare di sé e non soltanto per la qualità delle sfilate.
Da Gucci a Moncler, le grandi maison italiane sono una realtà consolidata nel panorama della moda e del lusso internazionale e non passano inosservate, infatti, neanche ai grandi investitori internazionali.
Alcuni brand, come la stessa Moncler o Ferragamo, mantengono l’imprinting italiano mentre altri come Gucci, Bottega Veneta (entrambi marchi del gruppo francese Kering) o Valentino (presente nel portafoglio investimenti del fondo di private equity Mayhoola) hanno già da tempo preso la via dei capitali esteri per rinnovarsi e crescere sui nuovi mercati.
Anche il mondo dei fondi comuni d’investimento non è immune al fascino esercitato dalle griffe di alta moda e, anzi, nel flottante dei grandi gruppi quotati è ben presente una folta schiera di asset manager che attraverso fondi azionari puri, bilanciati o tematici investe su questo settore.
Nella breve rassegna che segue, vediamo quali sono i fondi d’investimento attivi nell’azionariato delle case di moda europee quotate sui listini di Borsa.
LVMH. È per distacco il conglomerato di aziende di lusso con il più alto valore al mondo, anche grazie alla grande diversificazione dei business in cui investe. I brand in portafoglio spaziano dal beverage (gli champagne di Moet & Chandon) alle grandi firme francesi e italiane (Dior, Louis Vuitton, Fendi e Bulgari per citare le più blasonate) sino all’ultima arrivata di casa, l’americana Tiffany.
Mettere insieme tutti questi marchi, però, ha avuto il suo costo. “Riteniamo che il portafoglio di LVMH sia solido, benché sia stato costoso da assemblare”, scrive Jelena Sokolova, equity analyst per Morningstar. Come effetto collaterale di questo consolidamento, la redditività del capitale (9-12%) di LVMH si è leggermente abbassata anche se rimane ancora superiore al suo costo (8,6%).
Fra i fondi comuni, la percentuale di capitale sociale più alta è in forza all’American Funds Europacific Growth A di Capital Group che detiene lo 0,88% delle azioni totali di LVMH (percentuale che corrisponde all’1,2% dei total assets del fondo). In totale Capital Group possiede il 2,39% del capitale della holding francese. A completare il podio dei fund manager che puntano su LVMH troviamo Vanguard e Fidelity Management & Research Company. Sono presenti anche diversi Etf molti dei quali fanno capo a Blackrock, i due più importanti sono l’iShres Core MSCI EAFE e l’iShares MSCI EAFE.
Kering. La holding francese quotata sul mercato azionario di Parigi (listino Euronext) riunisce sotto di sé marchi di altissimo profilo come Gucci, YSL, Bottega Veneta. Chiuso l’esercizio 2019 con un fatturato in crescita del 16% a 15,8 miliardi di euro, la maison è riuscita a garantire ai propri azionisti un dividendo in crescita del 10% a 11,5 euro per azione nonostante il calo degli utili del 37,4% a causa di 1,25 miliardi di tasse pagate in Italia valle dell’accordo, raggiunto lo scorso maggio, con l’Agenzia delle Entrate.
Fra i fondi comuni, la percentuale di capitale sociale più alta è in forza all’Invesco Oppenheimer Developing Markets A che detiene il 2,77% delle azioni totali di LVMH (percentuale che corrisponde al 5,10% dei total assets del fondo). A completare il podio dei fondi che puntano su LVMH troviamo Vanguard International Growth Inv e l’American Funds Europacific Growth A. Sono presenti anche diversi Etf molti dei quali fanno capo a Blackrock, i due più importanti sono l’iShres Core MSCI EAFE e l’iShares MSCI EAFE.
Moncler. Per quanto riguarda Moncler il prezzo assegnato dalla Borsa sembra sopravvalutare il fair value individuato dagli analisti (39 euro vs 25,50 euro). Il 2019 è stato un anno positivo per l’azienda di Remo Ruffini, ma le sfide all’orizzonte – da quelle a breve termine come il Coronavirus, fino a quelle strutturali dell’industria – fanno del marchio di piumini una possibile target per qualche player di più grandi dimensioni. Non è escluso che l’ipotesi Kering – dopo l’approccio dello scorso dicembre – possa tornare d’attualità e rinvigorire le speculazioni sul titolo.
Fra gli istituzionali ai primi posti figurano Morgan Stanley Investment, Blackrock e Asset Management One. Il fondo più esposto è Invesco Oppenheimer Developing Markets A (2,99%).
In una nota sul comparto del lusso fatta circolare da Goldman Sachs, gli esperti hanno abbassato le stime di Eps 2020 in media dell’11% per tener conto dell’impatto del coronavirus sulla domanda di beni di alto di gamma.
Oltre le criticità, però, alcuni esperti sottolineano l’opportunità dietro l’utilizzo dei canali di vendita digitali in questa delicata fase dei mercati. I confini tra on- e offline si stanno facendo meno marcati: diversi marchi del lusso hanno riconosciuto rapidamente il potenziale di questi canali per colmare il gap tra l’esperienza online e quella offline. Ad esempio, l’app del marchio Celine, del gruppo LVMH, incorpora la possibilità di sfogliare le ultime collezioni delle passerelle di Celine e di visitare virtualmente i suoi flagship store internazionali, oltre a consentire ai consumatori di fissare appuntamenti digitali per visitare i negozi offline.
“Le strategie omnichannel, dove la presenza on- e offline si combinano, sono la parola d’ordine nel retail e in questo campo la Cina sta dettando il ritmo al resto del mondo”, spiega Swetha Ramachandran, expert in luxury brands di Gam Investments.
In Cina tutto ciò è quindi già realtà, ma in momenti di difficoltà dei mercati come questo anche la vecchia e buona diversificazione geografica può aiutare. In un report stilato a inizio anno la società di consulenza McKinsey individua in India, Russia e Indonesia i mercati di sbocco alternativi alla Cina potenzialmente più redditizi.
Per quanto flagellata da emergenze come quella in corso per il coronavirus, la crescita del settore non si arresterà. Almeno sul medio termine: secondo le stime di Prometeia, nel 2021 il fatturato arriverà a toccare gli 80 miliardi di euro.
Il settore moda italiano ha tenuto bene il passo, registrando un giro d’affari totale di 71,7 miliardi di euro nel 2018 (+22,5% sul 2014 e +3,4% sul 2017). Si tratta di una crescita importante che ha avuto nel 2015 una notevole impennata (+9,4%) e che, nonostante abbia rallentato negli anni successivi, non è mai stata inferiore al +3,4% annuo.
I dati sono contenuti nello studio Mediobanca R&S sul settore, presentato a Milano questa settimana, che ha preso in considerazione un campione di 173 società italiane che nel 2018 hanno registrato ricavi per oltre 100 milioni di euro.
Insieme al fatturato aggregato, lo studio evidenzia che anche il peso del comparto sul Pil nazionale è aumentato (1,2%, contro l’1,1% del 2014) rispetto al quale la moda nell’ultimo quinquennio ha viaggiato a una velocità quasi doppia. Bene anche gli utili che nel 2018 ammontano a 3,7 miliardi (+25,2% sul 2014).
Le aziende della moda italiana confermano anche la loro solidità: il settore è caratterizzato da una bassa incidenza del debito finanziario sul capitale netto (34% nel 2018) e da una forte liquidità, con il rapporto tra disponibilità e debiti finanziari pari al 79,4 per cento.
