Hanno vinto le anime belle
Secondo gli istituti di ricerca Doxa e Ipsos, il 46% degli italiani ritiene importante fare scelte responsabili per impiegare il proprio denaro, mentre il 72% si dichiara attento alla sostenibilità
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Articolo pubblicato su FR MAGAZINE | Dic – Gen 2019 |

Italia come la Grecia? Uno scenario inimmaginabile. Almeno per ora. I numeri dello Stivale non hanno nulla a che vedere con quelli che Atene aveva nel 2009, agli albori dell’apocalisse greca. Ma i segnali d’allarme sono tanti e non possono essere ignorati. A partire proprio dal debito pubblico che, per quanto sia giudicato sostenibile dal governo, continua a crescere inesorabilmente. Ed è paradossale se si pensa che l’Italia, tranne qualche rara eccezione, è ogni anno in avanzo primario. In sostanza, il debito cresce per effetto degli interessi sul debito, che solo l’anno scorso sono costati la bellezza di 65,5 miliardi (il record è stato raggiunto nel 2012, 84 miliardi). In rapporto al Pil, poi, il debito pubblico tricolore viaggia al 131%, su valori più che doppi rispetto al 60% imposto da Maastricht e in penultima posizione nella classica della Ue a 28, davanti soltanto alla Grecia (ha un debito/Pil al 178,6%). A completare il quadro la recente bocciatura della Commissione Ue alla manovra del governo gialloverde. Insomma, una situazione difficile, che al momento, però, non spaventa Marco Onado, senior professor di finanza all’Università Bocconi di Milano: “L’Italia non è la Grecia – rassicura – Il debito di Atene era assolutamente insostenibile nel 2019 e i piani di ristrutturazione non facevano altro che aumentare il debito stesso. L’Italia è in una posizione diversa”.
Però, abbiamo pur sempre un debito al 130% sul Pil. E non sembra rientrare.
Sì, siamo al 130 per cento. E il Giappone è oltre il 250 per cento. Il concetto di sostenibilità del debito non è capire se l’Italia è in grado di pagare il 130% del su Pil. E questo vale per tutti. Gli elementi fondamentali sono due: la traiettoria di crescita, che per la Grecia era in continua crescita, l’onerosità eccessiva del debito. Il primo elemento è quello decisivo per valutare la sostenibilità del debito pubblico. E l’Italia non è in una traiettoria di crescita continua.
Eppure la Ue boccia una manovra al 2,4%, mentre alla Francia, che è al 2,8%, viene dato più spazio.
L’intervento dell’Europa non è sul deficit, ma sul debito. La Commissione vuole che l’Italia si mantenga su un sentiero di riduzione del debito, proprio per dimostrarne la sostenibilità. A differenza nostra, la Francia non ha un debito/Pil al 130% (è al 97%, ndr).
Intanto la Commissione europea minaccia una procedura d’infrazione.
Certo la situazione è molto tesa. Per ora, comunque, si è trattato solo di un avvertimento. L’eventuale procedura d’infrazione potrà partire solo dopo che la Legge di Bilancio è stata approvato, quindi dopo il 31 dicembre. Manca ancora un mese e ci vorrà ancora del tempo prima che la decisione della Ue si concretizzi realmente.
E se le agenzie declassassero l’Italia a junk? Manca giusto un gradino
Non ci sono i presupposti per un declassamento a junk, almeno nel breve periodo. Ma se dovesse succedere allora dovremmo prepararci al peggio. Anche perché tutti i fondi comuni, o almeno quelli che investono solo nell’investment grade, non potranno più detenere il debito italiano, e quindi venderanno.
La Troika arriverà anche in Italia?
Non ci sono le basi. Almeno non ancora. Diciamo che è uno scenario che non vedo nel primo semestre del 2019. Credo che sia meglio ragionare su quali sono gli scenari più probabili oggi. E questo non lo è.
Cosa pensa della manovra del governo gialloverde?
Personalmente non vedo delle misure capaci di far crescere il reddito, la produzione e gli investimenti nel breve periodo. Il reddito di cittadinanza o la riforma di “Quota 100” non sono misure per far crescere il Paese.
