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Il rallentamento delle economie globali è nei fatti. Ma l’azionario ha ancora molto da dare
La recessione è nei prezzi, ma non nei fondamentali. A dirlo, sempre di più, sono i gestori, che invitano a considerare le opportunità ancora presenti nel ciclo più lungo della storia, pur inglobando nelle scelte di investimento un rallentamento strutturale di tutte le economie globali. “Il contesto attuale è caratterizzato da una perdurante debolezza delle economie globali, cui fa da contraltare una Fed sempre più accomodante, supportata dall’assenza dell’inflazione”, dice Andrea Delitala, head of investment advisory di Pictet Asset Management, che conferma la sua posizione “un po’ più costruttiva rispetto ai timori di recessione manifestati dal mercato che non appaiono del tutto suffragati dai fondamentali”.
Tuttavia, sottolinea, un rischio da monitorare è quello di una eventuale compressione degli utili aziendali, “che potrebbe seguire alla ripresa dei salari reali qualora la produttività smettesse di crescere a un ritmo superiore rispetto a questi ultimi”. A luglio 2019, il mercato azionario statunitense ha raggiunto un picco storico, con oltre 3.000 punti per l’S&P 500; al contempo, anche il mercato europeo è cresciuto quasi del 20% dai minimi registrati a dicembre 2018. “Eppure la maggior parte dei sondaggi mostra come gli investitori siano ancora inclini ad essere prudenti – nota Nadège Dufossé, Cfa, head of asset allocation di Candriam – Un atteggiamento assolutamente in linea con i dati economici. Il rallentamento dell’industria globale si è rivelato molto più forte del previsto e molti Paesi presentano un Pmi manifatturiero in contrazione, sotto quota 50.
Il rallentamento dell’industria manifatturiera (per alcuni Paesi si potrebbe addirittura parlare di recessione industriale, ndr) è probabilmente in gran parte legato alle tensioni commerciali, al rallentamento dell’economia cinese e allo shock di fiducia in molti settori industriali. Le attività legate ai servizi sono in crescita mentre è positiva la crescita del Pil mondiale. A nostro avviso, la probabilità stimata di recessione rimane contenuta nei prossimi 12 mesi. Le banche centrali hanno reagito molto rapidamente e l’allentamento delle condizioni finanziarie dovrebbe contribuire ad attenuare l’impatto di questo rallentamento. Gli indicatori economici dovrebbero quindi mostrare presto un andamento più positivo”.
Sul fronte della strategia, a dominare le scelte è il legame di azione e reazione tra mercato, Fed e Trump. Lo sostiene Delitala, che individua nella pronta risposta della banca centrale Usa una sorta di sudditanza rispetto alle intemperanze del presidente americano: “Salvifica nel breve termine perché la Fed dà respiro a un’economia sofferente, ma potenzialmente pericolosa in un orizzonte più ampio”. Per fare le giuste scelte di investimento bisogna considerare che “non siamo in un periodo di recessione, ma in un periodo di transizione verso un regime nuovo di inflazione di livello molto basso che dovremmo considerare il new normal, che richiede alla Fed di tagliare i tassi di almeno mezzo punto rispetto all’1% che sconta il mercato”.
Dal punto di vista delle asset class, a fare da cuscinetto allo schock finanziario generato dalla trade war sono stati i bond, “i cui rendimenti da inizio maggio sono diminuiti dello 0,6%, mentre l’azionario è rimasto sostanzialmente fermo sui massimi. Tuttavia, se in questo momento i bond sono prezzati per una recessione e l’equity incorpora solo un rallentamento, la conseguenza logica è stare sottopesati sull’obbligazionario – spiega Delitala – Questa è la strategia che stiamo seguendo con qualche accorgimento: una parte dell’esposizione obbligazionaria è espressa attraverso Treasuries americani indicizzati all’inflazione che offrono esposizione alla discesa dei rendimenti, ma con minor rischio nello scenario di una correzione del mercato a reddito fisso; allo stesso tempo, il sottopeso sulla durata finanziaria complessiva è, in parte, mitigato da una posizione a steepening sul tratto fra 5 e 30 anni della curva dei rendimenti americana, strategia che trarrebbe beneficio da una Fed più accomodante rispetto a quanto da noi preventivato”.
Gli investitori alla ricerca di rendimenti e performance devono continuare ad assumersi dei rischi, aggiunge Dufossè: “I multipli di valutazione delle azioni sono aumentati dall’inizio del 2019, ma rimangono prossimi alla loro media di lungo termine. Il calo dei titoli di Stato dall’inizio dell’anno ha reso le azioni sempre più attraenti in termini relativi. In qualità di investitori, siamo convinti che continueremo a operare in un mondo di tassi costantemente bassi, con un’inflazione contenuta e banche centrali costantemente accomodanti. Le conseguenze di questa nuova normalità si manifestano nella performance positiva delle classi obbligazionarie, nella ricerca del rendimento e nello storico divario di performance tra gli stili growth e value per le azioni.
Abbiamo deciso di ridurre la nostra esposizione alle azioni nel mese di luglio, tenuto conto delle molte buone notizie arrivate e del fatto che i mercati finanziari saranno meno resistenti alle notizie negative. Sebbene alcuni eccessi di mercato siano fonte di preoccupazione nel medio termine, riteniamo tuttavia che la ricerca di rendimenti in un contesto di bassa crescita dovrebbe incoraggiare gli investitori verso un ritorno alle azioni e ad altre asset class rischiose, cosa che faremo anche noi quando l’accoppiata rischio/rendimento sarà più interessante”.