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Le cifre chiave del mercato italiano della gestione del risparmio. Per l’investimento in fondi azionari i consulenti italiani investono prevalentemente in case estere. Largo ai flessibili made in Italy.
14 anni. È il lasso di tempo bastato all’industria italiana del risparmio gestito per accumulare la cifra record di 1.200 miliardi di euro di asset in gestione (1,2 trilioni), con un incremento del 137% nel periodo 2003-2017. È il trend di lungo termine che si evince dai dati statistici rilevati dall’ufficio studi Assogestioni pubblicati a fine anno e aggiornati al 30 novembre 2017.
Nel 2003 gli asset in gestione da parte delle case prodotto associate erano pari a 880 miliardi di euro, suddivisi per il 61% in fondi e per il 39% in gestioni patrimoniali. In meno di tre lustri, con un incremento di 142 miliardi di euro nei primi undici mesi del 2017 il patrimonio gestito totale è arrivato a quota 2.086 miliardi (+7,3% sull’anno precedente), ripartito quasi perfettamente a metà tra le gestioni collettive (1.058 miliardi, pari al 51% degli aum – asset under management) e quelle di portafoglio (1.028 miliardi – 49%).

Di questi 142 miliardi, 95 sono ascrivibili alle sottoscrizioni nette in prodotti del risparmio gestito registrate tra gennaio e novembre – un dato in crescita del 70% rispetto ai 55,6 miliardi raccolti nel 2016 – mentre 47 miliardi sono frutto dalla gestione professionale e dell’andamento dei mercati.
Nell’arco di 11 mesi si registra dunque il sorpasso da parte delle gestioni collettive (i fondi comuni) che a dicembre 2016 contavano asset per 950 miliardi, mentre 993 erano i miliardi facenti capo alle gestioni di portafoglio.

Solo quattro gli anni in rosso dal 2003 a oggi: quelli dello scoppio della crisi (2007: -79 miliardi; 2008: -200 miliardi) e, più recentemente, il 2011 (-41 miliardi) e il 2012 (-12 miliardi).
La lunga corsa dei fondi aperti
Uno sguardo alle statistiche dei fondi aperti mostra come nell’arco di quattro anni, tra dicembre 2013 e novembre 2017, gli asset in gestione siano poco meno che raddoppiati passando da 557 miliardi a 1007 (+80%). Di questi, il 43% rientra nella categoria true cross-border (fondi aperti istituiti da intermediari esteri), il 31% sono fondi round-trip (costituiti all’estero da intermediari italiani) e il 26% sono fondi domestici, prodotti domiciliati in Italia. Dei 71,4 miliardi di raccolta confluiti nei fondi aperti nel 2017, 33,6 sono finiti nei fondi true cross-border, 22,6 nei fondi round trip, e 15,5 nei fondi domestici.

Veniamo ora alla scomposizione dei fondi comuni per asset class di investimento, che cambia sensibilmente a seconda delle tre tipologie di fondi considerati. Se gli asset investiti in fondi domestici sono confluiti prevalentemente nelle categorie flessibili (41%, pari a 104 miliardi) e obbligazionari (38% – 96,5 miliardi), quelli round trip attraggono denaro soprattutto verso la categoria obbligazionaria (47% – 140,5 miliardi). La percentuale di fondi flessibili round trip scende al 24% (71,7 miliardi), mentre gli azionari pesano per il 16% (47,8 miliardi) rispetto al 9% dei domestici.
Proprio la percentuale di fondi azionari schizza al 33% nel caso dei fondi totalmente esteri (135,3 miliardi). Ma anche per i fondi true cross border la categoria obbligazionaria risulta essere la principale: 41% degli Aum, pari a 168,1 miliardi. Molto ridotta la percentuale investita nei fondi flessibili esteri, pari al 12% (49,2 miliardi).
Restando in ambito azionario, il breakdown aggregato dei fondi equity mostra che il 24% è investito in azionario globale e il 20% in quello europeo (ivi inclusi i paesi che non hanno adottato la moneta unica). Seguono l’equity americano (12%), quello tematico/settoriale (11%), dei mercati emergenti (9%), l’eurozona (6%) e l’azionario Italia (5%).

Al contempo, le prime tre case prodotto ordinate per asset in gestione impiegati in fondi aperti sono il gruppo Intesa Sanpaolo con le due Sgr Eurizon Capital e Fideuram, che insieme vantano una quota di mercato del 19% e asset per circa 200 miliardi. Segue al secondo posto la francese Amundi, con una market share del 12% e asset in fondi aperti per 120 miliardi (+8,5 miliardi nel 2017). Chiude la classifica il gruppo Generali, con una quota di mercato dell’8% e oltre 80 miliardi in gestione in fondi aperti (+11,3 miliardi nel 2017).
La mappatura della distribuzione
I dati Assogestioni attestano come il mercato italiano dei fondi sia prevalentemente orientato al segmento retail dei risparmiatori-investitori. Con riferimento agli ultimi dati disponibili, aggiornati a fine 2016, dei 944 miliardi impegnati in fondi aperti il 55% (516 miliardi) fanno capo alla distribuzione diretta delle reti dei consulenti finanziari e dei canali bancari. Il 17% (156 miliardi) fa capo ai prodotti unit linked, mentre l’11% (107 miliardi) fa capo alle gestioni discrezionali di portafoglio (dpm, discretionary portfolio management). Il rimanente 17%, pari a 165 miliardi, è invece coperto dagli investitori istituzionali.

L’Associazione ha fotografato il processo di distribuzione dei fondi comuni presso la clientela retail con un Quaderno di Ricerca pubblicato a novembre 2017 a cui si rimanda per eventuali approfondimenti.