La Federal Reserve farebbe meglio a invertire l’attuale rotta e iniziare a tagliare i tassi di interesse, già da questo mese, perché l’economia statunitense sta rallentando più velocemente del previsto. Parola di Mohamed El-Erian, chief economic adviser di Allianz, presidente del Queens’ College di Cambridge ed ex CEO di Pimco, convinto tuttavia che la banca centrale USA non interverrà tanto presto sul taglio dei tassi.
In un editoriale sul Financial Times, El-Erian ha sottolineato che sul mercato la preoccupazione prevalente non è quando la Fed inizierà a tagliare i tassi, ma piuttosto quando terminerà. “A prima vista, questo consiglio serve come un avvertimento tempestivo per i molti partecipanti al mercato attualmente ossessionati dal fatto che la Federal Reserve, rassicurata dagli ultimi dati sull’inflazione, inizierà il suo ciclo di taglio dei tassi a settembre o aspetterà più a lungo”, ha scritto l’economista sul quotidiano finanziario londinese. Tuttavia – ha aggiunto – “questa opinione ignora l’importanza del tempismo del primo taglio. Nelle circostanze attuali, il tempismo è cruciale per determinare la magnitudine cumulativa del ciclo e il benessere dell’economia”.
L’ex CEO di Pimco ha osservato che l’argomento più forte per l’importanza del tempismo riguarda lo stato dell’economia. Un numero crescente di dati sta segnalando ora un indebolimento economico, compreso il deterioramento degli indicatori prospettici. Per El-Erian, perfino il report positivo sull’occupazione nasconde un peggioramento del contesto macroeconomico. E questo peggioramento coincide con una significativa erosione delle riserve di bilancio detenute dalle piccole imprese e dalle famiglie a basso reddito.
Non solo: i fattori di vulnerabilità che si stanno manifestando probabilmente aumenteranno con l’effetto ritardato del grande ciclo di aumenti del 2022-23, in una fase per di più particolarmente delicata, mentre sullo sfondo si stagliano transizioni in settori come la tecnologia, l’energia sostenibile, la gestione delle supply chain.
Peraltro, “anche la prospettiva storica suggerisce che un taglio dei tassi tempestivo contribuisce a migliori risultati economici. Come ha sottolineato Bob Michele di JPMorgan in un’intervista a Bloomberg Television la scorsa settimana, un rapido taglio dei tassi ha giocato un ruolo significativo nel realizzare un ‘atterraggio morbido’ dopo il ciclo di rialzo dei tassi di 3 punti percentuali del 1994-95, un evento raro nella storia. Questo precedente storico dovrebbe infondere un senso di ottimismo, suggerendo che un taglio dei tassi ben temporizzato potrebbe portare a un risultato positivo simile nel contesto economico attuale (una probabilità di atterraggio morbido che ora colloco al 50%)”, aggiunge El-Erian.
Per l’esperto, rinviare il primo taglio dei tassi aumenta la probabilità che, alla fine, la Fed debba tagliare di più per minimizzare il rischio di recessione. “Questo scenario costituirebbe un’inversione dell’errore politico iniziale della Fed nel 2021-22”, quando la reazione all’inflazione era stata ritardata dalla convinzione che si trattasse di un fenomeno transitorio. Allora, la FED dovette correte ai ripati aumentando in modo aggressivo in tempi rapidi.
Analogamente, quello che ora potrebbe accadere è che a un certo punto i tagli potrebbero diventare inevitabili, a causa di un forte deterioramento della condizione economica e finanziario, ma che il ritardo nel passare all’azione potrebbe costringere la FED a una riduzione dei tassi più drastica, e nel frattempo potrebbe avere inferto un duro colpo all’economia del Paese. “Ancora una volta, le famiglie vulnerabili e le piccole imprese sarebbero le più esposte a tale eccesso. I benefici dei tassi più bassi sarebbero oscurati dall’aumento dell’insicurezza del reddito o dalla disoccupazione conclamata”, aggiunge El-Erian.
Da questo punto di vista, prosegue, il tasso terminale per il prossimo ciclo di riduzione dei tassi della Fed dipende da quando inizia. “Più a lungo i banchieri centrali aspettano a tagliare, più l’economia rischia danni inutili alle sue prospettive di crescita e alla stabilità finanziaria, colpendo particolarmente duramente i segmenti più vulnerabili”. In questo processo, la Fed si troverebbe nuovamente bloccata con una reazione politica reattiva che spegne gli incendi piuttosto che una più strategica che guida l’economia verso il soft landing che tutti auspicano.
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