C’è fermento a Wall Street sulla possibilità di assistere all’uscita di scena di uno dei suoi banchieri più longevi e vincenti della recente storia americana, il potente CEO di J.P. Morgan Jamie Dimon. Il numero uno della banca d’affari ha sempre detto che le sue dimissioni sarebbero arrivate “cinque anni più tardi” ma alcuni giorni fa, in occasione dell’ultimo incontro della società con gli investitori, ha cambiato versione e affermato che adesso “non sono più cinque anni”. Una frase che ha alimentato nuove speculazioni sui quando potrà succedere e chi sia in lizza per sostituirlo.
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Passaggio già in corso. Ma ai mercati serve tempo
Dimon, che ha guidato la banca dal 2006, ha detto che piani di successione sono in corso d’opera. Una notizia che ha subito influenzato le quotazioni della società in Borsa, con le azioni che sono scese di circa il 4% l’indomani del meeting e hanno continuato a languire anche nei giorni seguenti. Una delle ragioni è la statura di Dimon nel mondo bancario, guadagnata attraverso il suo impressionante track record: nonostante alcuni problemi regolatori, come l’incidente della “London Whale” e le relazioni commerciali di J.P. Morgan con figure controverse come Bernie Madoff e Jeffrey Epstein, il guru è stato uno dei dirigenti di investimento di maggior successo della sua generazione.
“Riteniamo ci voglia tempo per abituarsi al prossimo CEO e la reazione del mercato dopo l’annuncio è una prova di ciò (se mai ce ne fosse stato bisogno)”, ha scritto Bank of America in una nota. “Dimon ha portato agli investitori rendimenti senza precedenti”, ha aggiunto in l’istituto, sottolineando come il guru abbia saputo traghettare la banca tra alcune delle più grandi crisi macroeconomiche. Oggi JP Morgan è un colosso con asset per 4.000 miliardi di dollari e le sue azioni sono salite dell’89% negli ultimi cinque anni.
Tempi e possibili successori
Secondo gli analisti di BofA Dimon potrebbe rassegnare le dimissioni alla fine del 2025 o nel 2026. E anched se la successione al vertice di J.P. Morgan è oggetto di speculazioni ormai da anni, questa ipotesi viene rafforzata da recenti movimenti interni che hanno visto diversi top manager assumere nuove posizioni per ampliare la propria esperienza. La banca ha ad esempio nominato Marianne Lake come ceo per la sola divisione consumer, un’area che in precedenza la donna guidava in tandem con Jennifer Piepszak. Quest’ultima è stata invece chiamata a dirigere la nuova divisione combinata di commercial e investment bank assieme al co-ceo Troy Rohrbaugh, in precedenza a capo di trading e securities services. Altri potenziali successori inclusono Mary Erdoes, ceo dell’asset and wealth management, il chief financial officer Jeremy Barnum e il chief operating officer Daniel Pinto.
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Il modello Morgan Stanley e l’incognita sul futuro
Ma perché adesso Dimon ventila le proprie dimissioni? Le indiscrezioni di mercato riportano che sia stato favorevolmente impressionato dall’esempio di James Gorman, ritiratosi dalla posizione di ceo di Morgan Stanley dopo aver pianificato accuratamente la sua successione in modo da renderla un processo senza intoppi né contraccolpi per banca. I successori scelti da Gorman, Ted Pick e Andy Saperstein, erano stati istruiti a concentrarsi sul loro lavoro senza ricevere pressioni e Pick alla fine era stato scelto per prendere il timone. Una mossa che ha mantenuto le azioni del colosso in linea con le performance di sempre, evitando il solito tumulto associato ai cambiamenti nel management. Tuttavia, agli osservatori di Wall Street viene difficile immaginare uno stakanovista come Dimon da pensionato ed è per questo che sono già scattate le scommesse su cosa farà una volta ritiratosi. Alcuni all’interno del gruppo credono che potrebbe proseguire la carriera nell’ambito dell’università, altri pensano che resterà come presidente, in modo da poter continuare a fare ciò che ama di più: andare al lavoro ogni giorno. C’è anche chi ritiene possa candidarsi a una carica pubblica, avendo lui dichiarato che sarebbe stato un presidente migliore di Donald Trump.
Dal debito all’economia, tante dichiarazioni pubbliche
Ultimamente il banchiere è particolarmente attivo nelle dichiarazioni pubbliche, con toni piuttosto scoraggiati e pessimistici. In un’intervista a Cnbc, ha detto che non può escludere un hard landing degli Stati Uniti: “Potremmo davvero vederne uno? Certo, come potrebbe qualcuno che legge la storia dire che non c’è possibilità?”. Dimon ha anche affermato che il peggior risultato per gli Usa sarebbe la stagflazione: in un’altra intervento il mese scorso, ha detto di temere che l’economia statunitense “assomigli oggi più agli anni ’70 di quanto abbiamo visto finora”. E parlando al J.P. Morgan Global China Summit a Shanghai, ha aggiunto: “La peggiore prospettiva per tutti noi è quella di tassi più alti e recessione. Il mondo è già sopravvissuto a tutto questo, ma penso solo che le probabilità siano più alte di quanto altri pensino”. Le ultime preoccupazioni espresse sono però quelle sui conti pubblici. In un’intervista con Sky News, il ceo ha detto di sperare che il governo degli Stati Uniti si concentri sulla riduzione di deficit e debito prima che i mercati finanziari lo costringano. “Prima ci concentreremo su questo, meglio è”, ha sostenuto. Perché in ogni caso questo creerà tensioni che a un certo punto andranno affrontate, ma se lo si farà dopo la reazione del mercato, le conseguenze saranno ben peggiori di quelle che si avrebbero se si fosse intervenuti subito.
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