Effetto Covid: gli italiani investono su fondi pensione e polizze sanitarie
Il 14% vuole aumentare la spesa per la previdenza complementare e il 17% per l’assicurazione sanitaria. Consumi fermi a causa dell’incertezza. L’osservatorio Nomisma-Crif
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Crescono gli assegni pensionistici in Italia. Lo certifica l’Inps, secondo cui nel 2020 i nuovi sono stati 795.730, con un aumento del 7,42%sul 2019. Spicca in particolare il boom per le nuove pensioni di vecchiaia (+62,94% ) arrivate a quota 255.813, balzo legato al basso numero registrato l’anno precedente per l’incremento dell’età a 67 anni e all’arrivo al nuovo requisito, l’anno scorso, di una ampia platea di lavoratori. Diminuiscono invece le anticipate, 277.544, in calo del 7,41% a causa dell’introduzione di Quota 100. Proprio quest’ultima, assieme all’effetto Covid, preoccupa ora i tecnici di Itinerari Previdenziali, secondo cui il sistema pensionistico italiano a fine 2019 era in buona salute, con un tasso attivi-pensionati di 1,46, ma ora dovrà vedersela con il 2020. Intanto dall’Eurostat arriva la notizia che nel terzo trimestre dello scorso anno, con la ripartenza dei consumi, è calato il tasso di risparmio in tutta Europa, Italia compresa.
Tornando ai dati Inps, se nel 2019 le pensioni anticipate sono state quasi il doppio di quelle di vecchiaia a causa dell’introduzione di Quota 100 per le prime e dell’innalzamento dei requisiti di età a 67 anni per le seconde, nel 2020 le pensioni liquidate nelle due categorie si equivalgono. Restano stabili le pensioni liquidate ai superstiti (da 228.571 a 225.736) mentre si riducono gli assegni di invalidità liquidati, da 55.150 a 36.637.
L’assegno medio delle nuove pensioni è pari a 1.240 euro con grandi differenze tra le tipologie: per la vecchiaia 893 euro mentre per le anticipate, che si basano su un numero più alto in media di anni di contributi versati, è di 2.001 euro al mese. L’assegno di invalidità è in media di 792 euro mentre quello ai superstiti è di 768 euro. Tra le categorie i lavoratori dipendenti privati sono quelli per i quali sono state erogate più pensioni (339.716) con un assegno medio di 1.345 euro. Per gli ex dipendenti pubblici le pensioni liquidate sono state 150.053 con un assegno medio di 1.998 euro mentre per gli autonomi (compresi i parasubordinati) sono state 237.688 per una media di 847 euro. Gli assegni sociali liquidati sono stati 68.273, in forte crescita sul 2019 sempre a causa dell’innalzamento dei requisiti di età proprio nel 2019 (416 euro l’assegno medio).
Più in generale, il sistema pensionistico italiano sembra tenere, ma è presto per respirare di sollievo visto che incombono Covid e Quota 100. A tirare le somme è appunto Itinerari Previdenziali, che nelle anticipazioni dell’ottavo rapporto sottolinea come a fine 2019 il sistema pensionistico era in “discreto stato di salute”, ma che crisi pandemica e maggiore ricorso ai pensionamenti anticipati “potrebbero rendere il quadro decisamente meno favorevole già dal 2020”.
Stando al centro studi, nel 2019 si è infatti interrotta la lunga serie in diminuzione dei pensionati del sistema Italia, che dai 16.004.503 del 2018 aumentano fino a 16.035.165 (+30.662 unità). Il numero dei lavoratori attivi regolari che pagano i contributi e le imposte è stato invece il più alto di sempre con 23.376.000 (superiore anche al record del 2008, ultimo anno positivo prima della grande crisi). Nonostante Quota 100 e le altre forme di pensionamento anticipato introdotte o prorogate dalle ultime leggi di bilancio, si consolida anche il rapporto occupati e pensionati, che sale fino a 1,4578 (miglior risultato degli ultimi 23 anni).
Dopo un trend positivo iniziato nel 2009 e proseguito fino al 2018 in modo costante per effetto delle ultime riforme previdenziali, che hanno innalzato gradualmente requisiti anagrafici e contributivi, il numero di pensionati risale fino a 16.035.165 unità. Un incremento comunque inferiore a quanto ci si aspettasse a seguito dell’entrata in vigore di Quota 100, in parte motivabile con la contestuale e numericamente significativa cancellazione di molte pensioni erogate in giovane età: al primo gennaio 2020 risultavano ancora circa 502mila prestazioni in pagamento dal 1980 o ancora prima, con un decremento di ben 150mila pensioni rispetto all’anno precedente.
Tornando al numero di pensionati, nel 2019 se ne rilevano 30.662 in più rispetto al 2018, con una variazione percentuale tendenziale positiva dello 0,19%. Gli occupati aumentano anche nel 2019 toccando quota 23.376.000 (erano circa 70mila in più nel mese di luglio), con un tasso di occupazione totale a fine anno pari al 59,1%, un tasso di occupazione femminile al 50,1% e quello degli over 50 vicino al 61%. Tutti dati da record e in miglioramento rispetto agli anni precedenti. Crescono però a 259,65 milioni (+20%) le ore di cassa integrazione autorizzate, principalmente a causa della contrazione occupazionale dell’ultimo trimestre 2019, mentre il monte ore lavorato dei dipendenti resta ancora inferiore del 5% rispetto al 2008, così come le ore lavorate nell’anno per addetto.
In merito al rapporto attivi-pensionati, malgrado l’impatto delle misure di anticipo pensionistico introdotte dalla legge di bilancio per il 2019 e l’incremento dei pensionati, regge e addirittura migliora il rapporto tra occupati e pensionati, che nel 2019 tocca quota 1,4578 contro l’1,4521 del 2018. Un valore, fondamentale per la tenuta di un sistema pensionistico a ripartizione come quello italiano, che non solo rappresenta il miglior risultato di sempre, ma che è anche molto prossimo a quell’1,5 già indicato nei precedenti rapporti come soglia necessaria per la stabilità di medio lungo termine del sistema.
Intanto la ripartenza dei consumi pesa sui risparmi degli italiani. Stando infatti all’Eurostat, il tasso di risparmio delle famiglie è fortemente diminuito nell’Eurozona nel terzo trimestre del 2020, facendo registrare -7,2 punti percentuali rispetto al periodo precedente. Anche nell’Ue in generale si registra una diminuzione (-7,3%). L’Italia fa meglio ma non evita il segno meno: il calo è infatti del 2,7%. I tecnici dell’istituto di statistica, spiegano appunto il cambio di rotta con la “forte ripresa della spesa per i consumi individuali”. Il segno meno riguarda tutti gli Stati membri per i quali sono disponibili dati: i cali principali sono stati osservati in Polonia (-11,9%), Belgio e Francia (-10,7% ciascuna); più contenuti in Svezia ( -0,1%), Austria (-1,8%) e Repubblica Ceca (-2,5%).
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