Sui bilanci delle piccole e medie imprese il circolante ha un peso già rilevante (23%) destinato a salire. Ecco perché servono altre misure di aiuto pubblico
Fabio Bolognini, co-founder di Workinvoice
Il Coronavirus ha un impatto potenzialmente fatale sul circolante delle pmi italiane, in particolare su quelle (un terzo del totale) in condizioni di fragilità finanziaria. Lo scrive l’Osservatorio sul working capital realizzato da Workinvoice, prima piattaforma digitale italiana di invoice-trading, e Cribis, società del gruppo Crif specializzata nella business information. E a Focus Risparmio ne ha parlato Fabio Bolognini, co-founder di Workinvoice.
“L’idea dell’Osservatorio nasce ben prima dell’emergere di un imprevisto come una pandemia globale: nell’esperienza di Workinvoice appariva evidente che il problema principale delle Pmi, in un contesto di bassi investimenti, fosse la gestione del capitale circolante. Abbiamo voluto suffragare l’osservazione empirica con misurazioni scientifiche”, spiega a Focus Risparmio Fabio Bolognini, co-founder di Workinvoice.
L’analisi su un campione numeroso (84mila bilanci non semplificati di imprese tra 2 e 50 milioni) ha fornito la conferma che il capitale circolante sia una parte rilevante a bilancio delle Pmi: ovvero 167 miliardi dei 716 miliardi di euro di fatturato globale (il 23,3%). La sua gestione efficace può essere determinante per garantirne la sopravvivenza.
“Blocchi della produzione, difficoltà nei trasporti per arginare il contagio del COVID-19 sono destinati a produrre effetti a breve sugli incassi dei crediti e a cascata sui pagamenti ai fornitori e dunque ad aumentare sensibilmente il circolante”, prosegue Bolognini.
Un aumento del fabbisogno di liquidità che l’Osservatorio ha quantificato.
In particolare, nell’ipotesi di un allungamento dei tempi di incasso dei crediti di 20 giorni, che a sua volta si trasla in un peggioramento dei tempi di pagamento ai fornitori di 10 giorni e una riduzione del fatturato annuo del 5% l’impatto complessivo è di 13 miliardi sul circolante netto. Gli ultimi sviluppi della pandemia tuttavia fanno temere chiusure più prolungate e maggiori cali nel fatturato, che potrebbe portarsi a -20% annuo con tempi di incasso e pagamento ai fornitori che si dilatano ulteriormente, rispettivamente di 30 e di 15 giorni. In tal caso il capitale circolante aumenterebbe di 14,7 miliardi.
Entrambi i possibili scenari vedono aumentare, a causa dell’emergenza Covid-19, l’esigenza di liquidità delle aziende, schiacciate dall’aumento dei tempi di incasso, insieme a una non proporzionale compensazione dei tempi di pagamento verso i fornitori e una probabile riduzione del fatturato. Il fabbisogno finanziario complessivo a tre mesi potrebbe dunque arrivare a 15 miliardi, e a 45 miliardi per tutto il 2020, inclusi i rimborsi del debito finanziario in scadenza e gli investimenti. Quasi il 50% di questa cifra riguarderà le imprese di Lombardia (27% del campione), Veneto (12%) ed Emilia-Romagna (10%), anche perché sono le regioni più colpite dall’emergenza sanitaria.
Dunque, è chiaro che le Pmi siano in una condizione di estrema incertezza. Inoltre, un terzo di esse è fragile sul piano della finanza. Il 35% delle imprese del campione ha meno di 150mila euro di liquidità. Si tratta di aziende mediamente più piccole (5,8 milioni di fatturato) con valori del Capitale Circolante Netto mediamente superiori a quelli del campione totale e un Ciclo Finanziario pari a 56 giorni, 12 più della media. La liquidità disponibile per questo sotto campione è di 1,4 miliardi a fronte di debiti bancati di 40,8 miliardi e un’esposizione in circolante di 49 miliardi: numeri che rendono davvero limitati i margini di manovra in caso di aumento ulteriore del working capital.
“Il Decreto Cura Italia emanato dal governo per venire loro in soccorso contiene misure utilissime ma probabilmente insufficienti: una moratoria sui mutui per sei mesi e alleggerimenti fiscali per le micro imprese fino a 2 milioni di fatturato, ma ancora poco che riguardi il circolante: di fatto esiste solo il divieto alle banche di revocare i fidi”, conclude Bolognini. “Ma revocare i fidi non significa certamente dare alle imprese maggior credito, che arriverebbero solo dal Fondo centrale di garanzia, per una copertura massima dell’80% che scende progressivamente secondo determinati criteri. Esiste la possibilità di una trasmissione della garanzia sui fidi bancari all’anticipo fatture ma si tratta in ogni caso di rinnovi più che di aumenti delle cifre già in essere”.
Su questo bisognerebbe concentrare l’attenzione per evitare un contraccolpo potenzialmente irrecuperabile.
Tutti i modi in cui il coronavirus ha contagiato l'economia italiana spiegati dal visiting professor in practice alla London School of Economics, già capo economista del Mef